L'Infinitamente Affascinante.

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Sono una Jiva splendente come diecimila soli, Eterna, piena di Conoscenza e Felicità che desidera tornare da Krishna.

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mercoledì, 30 aprile 2008
Fratellanza

Nel 2008 ricorre il 60esimo anniversario della dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Adottata dall'Assemblea Generale dell'Onu il 10 Dicembre del 1948, è il primo atto internazionale contenente, nei suoi trenta articoli, un elenco organico di diritti fondamentali.

Questa dichiarazione universale è un documento di straordinaria importanza che parla della dignità e del valore di ogni persona e definisce con parole chiare e semplici i lori diritti.

Vediamo insieme alcune parti.

diritti dell

Dichiarazione universale dei diritti umani

Il 10 Dicembre 1948 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Dopo questa solenne deliberazione, l'Assemblea delle nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal uopo, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali della Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue gli fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione.

L'Assemblea Generale proclamò la dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiugersi da tutti i popoli e da tutte le nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimneto e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto tra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Vediamo alcuni articoli:

Art. 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Art. 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.

Art. 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Art. 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Art. 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto alla tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

..............

Ho citato solo i primi 5 articoli perchè sono tra i piu importanti secondo me. In totale sono 30 e sono diritti economici, sociali e culturali.

Sono diritti individuali, universali e indivisibili.

Ogni bambino, ogni anziano, ogni uomo o donna, ogni persona ha gli stessi diritti enunciati nella Dichiarazione.

Soffermiamoci a capire cosa è una persona innanzi tutto e da lì potremo applicare questi diritti in maniera veramente universale e indivisibile.

Una persona è un individuo che nasce, che cresce, che si riproduce, che invecchia, che si ammala, che muore.

Una persona è un individuo che vive quindi.

Nei tempi Vedici si intendeva per persona ogni cittadino e un cittadino era un abitante del posto e come tale aveva i diritti di protezione e di tutela da parte del re o dei governanti.

Gli animali erano considerati quindi praja (abitanti) e come tali venivano trattati.

Infatti, se ampliamo la nostra visione dal concetto di individuo visto solo come essere umano al concetto di individuo visto come essere vivente, non avremo problemi ad applicare veramente in maniera universale questa Dichiarizione di diritti.

In questa maniera potremo ben applicare per esempio, il reale concetto di fratellanza enunciato nell'articolo numero 1, eliminando così anche gli ultimi residui di "distinzione", enunciati nell'articolo 2.

Avanzeremo quindi oltre le distinzioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica, di ricchezza, di nascita, per andare oltre, a una visione che va addirittura al di là del corpo umano.

Una visione che trascende queste designazioni per andare a conservare i diritti della vita di tutti i corpi e non solo di quella dei corpi umani.

Quella vita enunciata nell'articolo 3 che dichiara che TUTTI ne hanno il diritto, insieme alla libertà e alla sicurezza.

Che dire dell'articolo 4 e dell'articolo 5? che dichiarano che nessun individuo deve essere tenuto in servitù, torturato, maltrattato..........pensiamo un attimo alla vivisezione, ai macelli, alle corride, alle pellicce, alla caccia, alle gare tra galli, tra cani...........

......................................

fratellanza

Molto bella la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, peccato che si sia dimenticata di una porzione di individui che non sono umani ma solo individui e questo fa si che non sia Universale ma solo Parziale.

Hanno escluso quelli individui che sono la maggioranza tra l'altro e che, essendo meno sviluppati, hanno il diritto alla nostra protezione, al nostro amore, alla nostra tutela e tutela non vuol dire mangiarseli o altre cose simili.

Ognuno di noi dovrebbe capire questo semplice concetto di eguaglianza "di vita" anche se in corpi diversi, per certi aspetti inferiori, ma sempre vita da rispettare, comunque.

Ognuno di noi dovrebbe meditare su questo, comprendere e impegnarsi a promuovere questo concetto di fratellanza universale "per far riconoscere a tutti che il diritto alla vita è per tutti".

Perchè si inizia con l'amare i fratelli indifesi, minori, quelli "disadattati" (gli animali), per arrivare ad amare e rispettare quelli piu evoluti, "intelligenti", superiori (come l'uomo), e non viceversa.

Finchè l'uomo si ciberà, si vestirà, si divertirà con la vita dei suoi fratelli animali, non potrà MAI avere rispetto, affetto e non-violenza nei confronti dei suoi fratelli uomini.

 

Hare Krishna

Postato da: Isvari a aprile 30, 2008 18:18 | link | commenti (57)

sabato, 26 aprile 2008
Dialogo...

                              ...tra Oriente e Occidente

Oriente e OccidenteQuella che segue è una delle tante conversazioni che avvennero alla fine degli anni 80, tra il Reverendo Alvin V.P.Hart e Satyaraja dasa adhikari. L'insieme di queste discussioni molto interessanti e costruttive, dette poi vita al libro "Dialogo tra Oriente e Occidente". Volevo dividerla in due parti questa conversazione, ma avrebbe perso parte del suo fascino e vedrete che "scivola giù" bene.

Buona lettura

Rev.Hart: L’ultima volta che ci siamo incontrati hai citato un verso della Bibbia: “Tutte le scritture sono rivelate per ispirazione di Dio,e contengono insegnamenti utili per la dottrina…” (II Timoteo 3. 16/17). Francamente, come forse ricordi, io non ero del tutto d’accordo con la tua interpretazione. Tu citavi il verso per dimostrare che potenzialmente un cristiano potrebbe basarsi sui testi sacri dell’Oriente, cioè le scritture vediche, per comprendere la Verità Assoluta. Anche se può essere vero che i testi sacri dell’Oriente servono allo stesso scopo, non penso tu possa ricorrere a quella citazione del Nuovo Testamento per sostenere il tuo punto di vista. La tua tesi tuttavia non era senza fondamento. Dicevi che anche la letteratura vedica è una scrittura sacra e la Bibbia, in quel versetto, si riferisce a tutte le scritture sacre. Per tradizione,però, quel verso si riferisce solo al Vecchio Testamento. Perlomeno,vquesta è la comune interpretazione. Ad ogni modovdopo averne discusso con te, ho riflettuto a lungo: perché la Bibbia direbbe “tutte le scritture”, se voleva riferirsi solo ai testi biblici? Forse che i Profeti o i redattori della Bibbia non conoscevano la letteratura vedica, che precede la tradizione biblica di molte generazioni? Non credo.
Ad ogni modo non ero completamente d’accordo con te e, passando in rassegna vari testi, ho trovato una splendida affermazione nel Libro dei Mormoni, un testo per altro, con il quale io non ho molto a che fare e che solo raramente ho consultato.
Satyaraja Dasa: Che cosa hai trovato?
Rev.Hart: Ho trovato un passaggio che mi è piaciuto molto sebbene decisamente confermi il tuo punto di vista. Te lo leggo: “Sappiate che esiste più di una nazione, sappiate che io, il vostro Signore, ho creato tutti gli uomini e che ricordo coloro che sono sulle isole del mare e che governo in cielo, sulla terra e sotto la terra.
Ho divulgato la mia parola ai figli degli uomini e persino in tutte le nazioni della terra. Sappiate che la testimonianza di due nazioni è una testimonianza a voi che io sono Dio e che ricordo una nazione e ricordo anche l’altra, ovunque le mie parole sono portate sia in una nazione sia in un’altra. E quando le due nazioni giungeranno insieme, la testimonianza delle due nazioni diverrà unica. E poiché Io ho enunciato un verbo non dovete supporre che non possa enunciarne un altro, perché la mia missione non è ancora finita. Né sarà terminata fino alla fine dell’uomo…”
Satyaraja Dasa: E’ bellissimo…
Rev.Hart: Aspetta il verso continua: “Poiché voi avete la Bibbia non dovete pensare che contenga tutte le Mie parole. Né dovete supporre che Io non abbia scritto nient’altro. Poiché Io comando tutti gli uomini, sia a oriente sia a occidente, al nord e al sud e sulle isole del mare, loro scriveranno le parole che io dico e che rivolgo loro”.
Non che io accetti questa come una rivelazione divina, o qualcosa di simile, ma suona indubbiamente vero. Penso che un’affermazione simile aggiunga credibilità alla tua tesi, alla letteratura vedica e agli altri testi sacri dell’oriente.
Satyaraja Dasa: Sì, la religione è una sola e viene rivelata in vari modi in accordo al tempo e alle circostanze ma l’essenza è la stessa. Prendi per esempio un dizionario. Esiste l’edizione ridotta, il dizionario tascabile o il dizionario completo, come quello sulla tua scrivania. La conoscenza è la stessa, ma il dizionario più grande e completo offre maggiori dettagli spiegando tutte le sfumature del significato di ogni termine. Il punto è trovare il corpo di insegnamenti che ci offre la rivelazione più ampia e completa. Gesù stesso mostra abbastanza chiaramente i limiti della rivelazione cristiana: “Vi devo dire ancora molte cose, ma le vostre orecchie non potrebbero comprendere.” (Giovanni 16.12)
Rev.Hart: Sì, sebbene Egli abbia impartito una conoscenza più intima e profonda ai Suoi discepoli, di fatto la tradizione biblica nel suo insieme consta di un corpo di parabole e sembra che esista una difficoltà oggettiva nel trovare una maniera coesiva e sistematica per individuare le verità originali più profonde. A sostegno della tua tesi ti interesserà sapere che la Bibbia cita Gesù che dice: “Se non avete fede quando vi parlo di cose materiali, come potrete credere quando vi parlo di verità spirituali?” (Giovanni 3.12)
Satyaraja Dasa: Esatto, ma Krishna dice nella Bhagavad-gita: “Ora ti rivelerò completamente questa conoscenza del fenomeno e del noumeno, fuori dalla quale nient’altro resta da conoscere.” (B.G.7.2) Esiste un metodo chiaro e sistematico per raggiungere questo livello di realizzazione di Dio, si chiama coscienza di Krishna. Come vedi, la tradizione vedica ha molto da offrire.
Rev.Hart: Quando parli di “tradizione vedica”, mi sembra di capire che intendi qualcosa più di un’antiquata religione indiana. Dimmi se ho ragione: dalle nostre recenti conversazioni è emerso – se posso riassumerlo così- che esisteva un’antica tradizione monoteista conosciuta come Vaisnavismo o adorazione di Visnu e ad essa ci si riferiva come sanatana dharma o “la funzione eterna dell’anima”. La cultura sacra e la letteratura che delucidano queste verità sono considerate “la tradizione vedica”. È giusto?
Satyaraja Dasa: Sì.
Rev.Hart: La cosa interessante, per quanto mi riguarda, è che con uno sguardo veloce alla storia della religione appare evidente che l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam sono le uniche religioni monoteistiche esistenti, o almeno le prime tre. Ora però mi è chiaro che hanno avuto un precursore nella tradizione vedica (vaisnava) dell’antica India. È una realtà affascinante. Come Cristiano sono incuriosito da una cultura antica che professa l’amore per Dio, specialmente quando si parla dello stesso “unico Dio supremo” con il Quale ho familiarità anch’io. E tutto questo già esisteva prima delle origini giudaico-cristiane comunemente accettate, non ne dubito. Ma com’è andata a finire? Perché la religione indiana ha cessato di essere accettata come monoteista?
Satyaraja Dasa: Il processo originale per amare Dio era più specificatamente chiamato bhakti-yoga o “scienza del servizio di devozione”. Al contrario di quello che si crede la prima religione monoteista ebbe origine in India –come stavi appunto
riassumendo- ed essa si basava sul bhakti-yoga, il servizio al Signore Krishna.
La visione di un Dio onnipotente era parte integrante della cultura vedica originale, come risulta chiaramente dagli scritti iniziali della letteratura vedica e su questo concordano la maggioranza degli studiosi. Tuttavia, sotto l’influenza del pensiero buddista nel V secolo a.C.e con gli insegnamenti monisti (tutto è uno) di Sankara nel VIII secolo d.C., la concezione vedica originale si oscurò. Ne seguì quello che oggi è conosciuto come induismo con la sua pletora di dei e l’aspirazione ultima a fondersi nel Supremo. Prima che si manifestassero queste interpretazioni secondarie del culto della bhakti originale, l’amore e la riverenza per un Dio unico e supremo, conosciuto con una varietà infinita di nomi, ma principalmente come Krishna, permeavano la tradizione vedica, precedendo di qualche secolo le tre religioni monoteiste che abbiamo appena citato, cioè l’ebraica, la cristiana e la mussulmana. La tradizione vedica originale non è mai morta, è rimasta oscurata per qualche tempo e oggi sta di nuovo prosperando. In India si contano letteralmente milioni di persone che seguono questa via e in occidente essa è onorevolmente rappresentata dall’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna.
Rev.Hart: I seguaci di quest’antica tradizione monoteista avrebbero apprezzato ciò che Gesù chiamò “il primo e più elevato comandamento”: ama Dio con tutto il tuo cuore, la tua anima e la tua mente. Il secondo importante comandamento in accordo a Gesù dice la stessa cosa: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Sono proprio curioso di sapere come tu, in quanto moderno praticante dell’antico bhakti-yoga, o sistema vaisnava, interpreti il comandamento di Gesù.
Satyaraja Dasa: Il primo comandamento è sinonimo dell’essenza del bhakti-yoga. Tuttavia esso è espresso nella sua pienezza nella letteratura vedica. La Bibbia, che si potrebbe considerare come un supplemento dei Veda, dà alcune indicazioni su come soddisfare l’ordine di amare Dio. ConoscerLo significa amarLo e non si può conoscerLo meglio che attraverso i testi vedici. Ma non è soggetto da discutere così, bisogna fare un serio studio comparativo.
Rev.Hart: Sì, penso che in un certo senso, i Veda offrano maggiori informazioni e quindi facilitano le cose. Come tu dici, conoscere Dio significa amarLo, perché è l’Essere più meraviglioso…Che cosa mi dici riguardo al secondo comandamento, “ama il prossimo tuo”?
Satyaraja Dasa: E’ un insegnamento degno di rispetto. Gesù fa una distinzione tra amare Dio e amare il prossimo, che Gesù dice è come amare Dio. Una differenza però esiste, quindi noi non mostriamo a Dio che Lo amiamo amando il nostro prossimo, anche se questo fondersi dei due comandamenti viene comunemente dato per assunto nei circoli cristiani. Mi segui?
Rev.Hart: Sì certo. Io penso che un cristiano maturo conosca la differenza, almeno per quanto mi riguarda è così. Altrimenti, amare Dio e amare l’uomo sarebbe la stessa cosa, ma è implicito nell’affermazione di Gesù che non è la stessa cosa. Allora come mostriamo a Dio che Lo amiamo? Attraverso la preghiera.
Satyaraja Dasa: La preghiera è indubbiamente un modo per mostrare a Dio che Lo amiamo, però io propongo qualcosa che mette insieme i due comandamenti e che può essere riassunto in breve come: diffondere il verbo, predicare. Che cosa significa davvero aiutare un altro essere vivente o amare il prossimo? Appena ci poniamo la domanda siamo asfissiati da una serie di luoghi comuni: assistere i senza tetto, dar da mangiare agli affamati. Sono tutte indubbiamente attività lodevoli, ma tali azioni possono essere considerate “virtuose” solo da chi non è molto introspettivo. Capisco che la mia affermazione possa sembrare piuttosto azzardata, ma analizziamo la questione in questi termini: possiamo davvero considerare un atto d’amore trascendentale il gettare una corda a un uomo che affoga? O dare da vestire o da mangiare a qualcuno? Siamo davvero ridotti al punto di dover considerare la normale reazione umana alle sofferenze del nostro prossimo come un virtuoso sacrificio “cristiano”, cioè l’osservazione del secondo comandamento? Purtroppo la risposta è un sonoro Sì! E così il comandamento biblico di amare il prossimo si riduce a una basilare reazione umana di fronte alla sofferenza altrui. E ancora più grave, confina il comandamento di amare il prossimo al piano corporale. Così però il comandamento di amare il prossimo è soffocato e non può manifestare il suo potenziale divino. Eccoci dunque al cuore della mia argomentazione: diamo nuova vita a questo comandamento o meglio,restituiamogli la sua vitalità originale riportandolo sul piano spirituale. Se si tratta di un comandamento religioso, dovrebbe rivolgersi non solo al corpo, ma anche all’anima eterna. Il mio punto è quindi che la vera essenza dell’amore cristiano –e di tutto l’amore- consiste fondamentalmente nel condividere con gli altri la conoscenza di Dio. Amare il prossimo si esprime al meglio nel comunicare agli altri gli insegnamenti della coscienza di Dio. In questo modo si può allo stesso tempo dimostrare al meglio il proprio amore per Dio.
Rev.Hart: Sono completamente d’accordo con te. Passiamo oltre, sono interessato alla tua concezione dell’anima. Hai menzionato un’interpretazione di questi comandamenti basata sull’anima in contrapposizione o in aggiunta, a quella materiale. Si tratta di un concetto essenziale, almeno dal mio punto di vista. Tommaso D’Aquino, come sai, ha detto molte cose sull’anima…
Satyaraja Dasa: ma tutte così confuse. Parlava di un’anima vegetale, di una animale e di un’anima razionale.
Rev.Hart: E’ vero. All’inizio sosteneva che gli animali e perfino le donne non potevano essere annoverate tra le anime razionali. Non sto dicendo che sono d’accordo con quello che lui ha detto dell’anima. Sono un episcopale, non un cattolico!
Satyaraja Dasa: La concezione vedica dell’anima è molto più chiara, non ci sono tre tipi di anima, come affermava erroneamente D’Aquino. La sua confusione nasce da un errata identificazione con il corpo. Poiché vedeva basicamente tre tipi di corpo ne concluse che ad essi corrispondevano tre tipi di anima. L’anima però, essendo spirituale, è di un’unica natura, perché nel regno dello spirito non esiste dualità. Secondo il Brahma-vaivarta Purana, esistono 8 milioni e 400.000 specie viventi, o forme corporee, e lo stesso tipo di anima trasmigra attraverso ciascuna di esse con una evoluzione graduale, fino a raggiungere la forma umana, che è una specie di porta attraverso la quale possiamo raggiungere la trascendenza, oppure ridiscendere nella catena delle specie. Le attività pie ci elevano alla forma umana mentre quelle empie ci rimandano indietro. Questa della causalità è una legge di natura che si chiama karma: in accordo ai nostri meriti o demeriti noi trasmigriamo da un corpo all’altro.
Rev.Hart: La reincarnazione? Questo è un principio molto interessante, con una lunga storia nella cristianità…e anche piuttosto controverso…Tu sai che, sebbene San Tommaso D’Aquino non sia certo conosciuto come un sostenitore della reincarnazione, nel suo Summa Teologica egli descrive le anime dipartite che raggiungono le loro rispettive destinazioni dopo la morte. D’Aquino afferma che gli esseri viventi hanno la tendenza a ‘sprofondare’(gravitas) e ad elevarsi (levitas), ma non si sa con esattezza cosa volesse dire. Nella seconda lettera di Pietro, viene usato il termine exitus (exit o uscita)con il significato di ‘morire’. L’espressione implica che esiste qualcosa che al momento della morte se ne va, esce dal corpo.
La reincarnazione spiegherebbe moltissime cose, come per esempio, dove va l’anima dopo la morte. Dopo tutto, è poco probabile che un Dio misericordioso mandi un peccatore all’inferno dopo una sola vita in questo mondo folle…Ci vuole tempo…
Satyaraja Dasa: Sì,secondo la tradizione vedica, noi, cioè l’anima, non moriamo, ma siamo solo, per così dire, riciclati.
Rev.Hart: (ridendo) Anche molti filosofi della Chiesa dei primi secoli accettavano la reincarnazione. Secondo me è una spiegazione logica di ciò che accade al momento della morte. Dopo tutto, la prima legge della termodinamica –la legge della conservazione dell’energia- conferma che l’energia non può essere né creata né distrutta, quindi che cosa succede al momento della morte all’energia del corpo?
Satyaraja Dasa: Una domanda retorica, non ci sono dubbi.
Rev.Hart: Certo, la reincarnazione è una risposta accettabile e i primi padri della Chiesa lo sapevano. Ti interesserebbe sicuramente studiare la storia di come la cristianità moderna giunse a rifiutare la dottrina della reincarnazione. Un noto teologo cristiano approfondisce questo tema nel suo libro “La Reincarnazione nella Cristianità”. Un testo eccellente.
Satyaraja Dasa: Da quanto mi risulta, la prima Chiesa era influenzata da Platone, il che avrebbe dovuto dare ancora maggiore enfasi alla credenza della reincarnazione.
Rev.Hart: La dottrina cristiana era essenzialmente platonica fino ai tempi di Tommaso D’Aquino, quando la filosofia aristotelica cominciò a infiltrarsi negli insegnamenti della Chiesa. Ma fino ad allora,la Chiesa ‘platonica’, e lo stesso Platone, sostenevano fermamente la verità della reincarnazione. Fu solo nel VI sec. D.C. con Quinto Concilio Ecumenico, anche conosciuto come Secondo Concilio di Costantinopoli, che tale dottrina venne abbandonata.
Satyaraja Dasa: Perché venne abbandonata?
Rev.Hart: E’ difficile dirlo…ci sono diversi problemi…Essenzialmente fu a causa di un editto papale, che fu a sua volta indotto dai politici che esercitavano il potere a quei tempi, in particolare l’imperatore Giustiniano. Sembra che gli uomini al potere temessero che la gente potesse diventare troppo rilassata nei propri sforzi per raggiungere la perfezione, se avessero avuto a disposizione più di una vita per diventare ‘perfetti cristiani’. Si sarebbero dati a una vita peccaminosa, pensando: “Mi pentirò nella prossima”. Così si decise di cancellare la dottrina della reincarnazione e tutti i versi che vi facevano riferimento furono cancellati dalla Bibbia…Ad ogni modo, questa è la versione migliore; ne esiste anche un’altra più sinistra che riferisce di intrighi e interessi politici. Comunque sia, quella è la storia, e noi non possiamo fare molto al riguardo.
Satyaraja Dasa: Be’, possiamo dire la verità alla gente evidenziando la logica e l’origine della dottrina della reincarnazione nelle scritture sacre. La tradizione vedica è scevra di influenze politiche, almeno a livello spirituale e filosofico. I devoti che si occupano dell’organizzazione e dell’amministrazione possono doversi sporcare le mani in qualche misura, ma solo per questioni organizzative, mai per quanto riguarda la teologia e l’ermeneutica.
Rev.Hart: Sì,ma come si riceve la conoscenza? Sicuramente si dovranno usare le proprie capacità intellettuali e speculative. I leader politici puntano a influenzare il nostro modo di pensare, e di conseguenza a dirigere il nostro pensiero filosofico…
Satyaraja Dasa: No,questo vale per l’occidente, anzi, è proprio la storia della cultura del mondo occidentale e la perversione della tradizione giudaico-cristiana. In oriente invece, e soprattutto nella cultura vaisnava, si guarda al brahmana, alla classe pura degli intellettuali e dei sacerdoti, per riceverne le direttive superiori, mai
ai politici. Nella cultura vedica esistono dei pramana di base, dei metodi istituzionalizzati per acquisire la conoscenza, il che rende molto difficile a un leader politico esercitare la sua influenza. Il pramana più importante è sruti o sabda, che significa testimonianza o rivelazione valida, cioè in accordo con ciò che dicono le scritture e il puro devoto nella linea della successione disciplica. Rimane poco spazio a un’influenza esterna.
Rev.Hart: Quali sono gli altri pramana?
Satyaraja Dasa: Ci sono pratyaksa= la percezione sensoriale, anumana=la deduzione; inoltre a volte vengono presi in considerazione anche upamana=l’analogia; abhava(anche detta anupalabdhi)=la prova per mancata esistenza o mancata percezione; e arthapati=la deduzione dalle circostanze.
Jiva Goswami considera anche arsha=le affermazione dei santi e dei saggi; sambhava=la probabilità; aitihya=la conoscenza tradizionale; e chesta=il modo di gestire. Tra molte di questi pramana esistono solo differenze sottili ma tutti hanno il loro ruolo quando si tratta di acquisire la conoscenza. Le persone che si dedicano alla ricerca spirituale si basano principalmente sul processo dello shabda poiché esso è considerato infallibile, soprattutto se ricevuto nel modo corretto.
Rev.Hart: Dimmi, prima hai menzionato 8 milioni e 400mila specie. Capisco che si tratta di conoscenza vedica, un’affermazione delle scritture, cioè quello che si definisce come shabda tra i promana che mi hai appena enumerato. Non riesco a capire come possa essere vero, perché sembra che esistano solo poche specie; almeno secondo quanto mi è sempre stato dato di capire.
Satyaraja Dasa: Sì,le 8 milioni e 400mila specie si riferiscono alle varietà della specie. Se invece consideriamo le categorie principali sono solo sei: acquatici, piante, insetti, uccelli, animali e umani.
Rev.Hart: Così mi sembra più comprensibile.
Satyaraja Dasa: Sì,secondo il Padma Purana esistono 900mila specie di acquatici, 2milioni di tipi di alberi e piante, 1milione e 100mila specie di insetti, 1milione di specie di uccelli, 3milioni di specie animali e 400mila specie umane – molte le incontriamo proprio qui a New York.
Rev.Hart: (ridendo) D’accordo, esistono 8milioni e 400mila specie. Ma, un momento, hai detto 400mila specie umane? Com’è possibile?
Satyaraja Dasa: A differenza della biologia contemporanea, i criteri di differenziazione su cui si basano i testi vedici non sono solo l’apparenza fisica esteriore o la natura morfologica di per sé. Il fattore distintivo fondamentale è dato dal livello di coscienza…e di questi ce ne sono molti…
Rev.Hart: Capisco, sono molte informazioni nuove da assimilare. Facciamo un passo indietro. Quindi attraverso un’evoluzione naturale arriviamo alla forma umana…uhm…Assomiglia all’enunciato di Origene, uno dei primi padri della Chiesa,il quale affermava che, quando un’anima cade dal mondo spirituale, per prima cosa si incarna in un angelo –tu diresti come Brahma o un deva superiore- poi al contatto con le passioni irrazionali connaturate alla vita materiale, egli cade nelle specie inferiori, per poi evolvere gradualmente fino alla forma umana. L’evoluzione è naturale. A questo punto –la forma umana- l’essere diventa responsabili delle proprie azioni, ed è qui che entra in gioco anche il karma –la legge di azione e reazione- e che l’anima si eleva o si degrada, in paradiso o all’inferno, a secondo delle sue attività e della sua fede in Dio.
Sayaraja Dasa: Questa è la stessa verità dei veda,che la approfondiscono ulteriormente. ‘Su o giù’, come hai detto, si riferisce alla vita di questo mondo; ci sono pianeti paradisiaci e pianeti infernali e, in accordo alle proprie azioni e alla propria
fede in Dio, si ottiene un corpo su uno di questi pianeti. Si va su o giù. Krishna però insegna a trascendere il ‘su e giù’ di questo mondo. Egli dice: “Chiunque al momento della morte lascerà il corpo pensando a Me soltanto, raggiungerà il regno di Dio”. Tale stato si raggiunge raramente, e sia la Bibbia sia le scritture vediche tracciano una distinzione ben definita tra paradiso e regno di Dio. I giusti e i pii di questo mondo andranno forse in paradiso, ma solo i puri devoti raggiungeranno il regno di Dio, che è dunque raramente conseguito. Il paradiso è un ‘buon’ posto, ma il regno di Dio è “trascendentale” o, in altre parole, al di là del bene e del male, delle dualità di questo mondo. È la destinazione finale.
Rev.Hart: Io avrei una domanda e mi chiedo se i Veda hanno la risposta. Attraverso quali specie si giunge alla forma umana?
Satyaraja Dasa: Sì,la letteratura vedica definisce la questione piuttosto chiaramente, ma esistono delle variabili. Esiste una gerarchia di base dei corpi viventi…l’evoluzione muove dal pesce alla pianta, poi gli insetti, gli uccelli e infine gli animali. A questo punto troviamo tre porte verso la forma umana. In genere,chi nasce sotto l’influsso della virtù è passato attraverso un corpo di mucca, chi nasce sotto la passione viene da un corpo di leone, mentre un essere umano sotto l’influsso dell’ignoranza proviene da un corpo di scimmia. Questo vale in generale, ma naturalmente, un essere umano evoluto, situato nella virtù ha passato molte nascite come uomo. È un altro aspetto…
Rev.Hart: Quindi, è l’influenza predominante a determinarlo, perché, come mi hai detto una volta, noi siamo tutti una combinazione di queste tre influenze…
Satyaraja Dasa: Sì,in generale la regola è questa, ma esistono le eccezioni. Questa conoscenza tuttavia, è puramente accademica, almeno in un senso, perché alla fine, qualunque sia la via attraverso cui siamo giunti alla forma umana, il nostro dovere ultimo è lo stesso: arrendersi a Dio e si comincia trascendendo l’identificazione con il corpo materiale. Il primo passo della realizzazione spirituale sta nel capire che la nostra vera identità è differente dal corpo. Non si può andare oltre se non si è ben capito questo punto. Non sta a me pontificare, ma penso che la maggior parte dei religiosi di oggi non siamo arrivati neanche a questa realizzazione di base. È questa la ragione per cui stiamo ancora a parlare della ‘mia’ religione e la ‘tua’ religione. Giudichiamo in base al guscio e non abbiamo ancora sviluppato la capacità di andare al di là dell’apparenza esterna, persino in rapporto a noi stessi, la nostra esperienza più immediata. Poi, in modo del tutto naturale, estendiamo inconsciamente questa errata identificazione come ‘cristiani’ o ‘induisti’, perché il nostro corpo è nato in una famiglia cristiana o induista. La nostra vera identità però non è il corpo e trascende le designazioni corporee. Siamo puro spirito, particelle di Krishna e la religiosità consiste nello sviluppare amore per Dio, non nel darsi una etichetta legata al corpo o alla famiglia, anche se è apparentemente religiosa.
Rev.Hart: Va bene, è abbastanza logico, ma non si spiega perché mai noi saremmo venuti qui. Non siamo perfettamente felici insieme al Signore nel suo regno spirituale? Qual è la risposta dei Veda a tale proposito?
Satyaraja Dasa: Siamo parti infinitesimali di Dio, dei piccoli campioni del Supremo. Qualsiasi qualità Egli possegga appieno,la possediamo anche noi, ma in minima quantità. Per esempio, Dio possiede bellezza, forza, ricchezza, fama, conoscenza e capacità di rinuncia perfette. Poiché partecipiamo in misura minuta della Sua natura, anche noi possediamo queste qualità in proporzioni minute. Ora, tra le qualità che Dio possiede c’è l’indipendenza, Egli è supremamente indipendente, il che Lo contraddistingue come Dio. Analogamente, in quanto Sue minuscole particelle anche noi possediamo una minuta indipendenza. Anche perché, se Lui non ci
accordasse tale indipendenza, come potremo scegliere di amarLo?Saremmo costretti a farlo e quindi non si tratterebbe di vero amore. Allora Egli ci permette di scegliere, e anche di sbagliare e di allontanarci da Lui facendo cattivo uso del libero arbitrio. La letteratura vedica però dice che solo un piccolo numero di anime jiva lasciano la compagnia di Dio. Le anime ribelli occupano solo un quadrante di tutto ciò che esiste, la maggioranza rimane nella propria posizione costituzionale eternamente al servizio del Signore. Illimitati esseri Lo servono eternamente, mentre solo un numero insignificante tende a cadere nel mondo materiale.
Rev.Hart: Ma la mia domanda…
Satyaraja Dasa: Ci sto arrivando, ma era necessario dare questa spiegazione preliminare. Ora la tua domanda è: di quei pochi che cadono, perché anche uno solo dovrebbe desiderare di lasciare il mondo spirituale perfetto? È questa la tua domanda,giusto?
Rev.Hart: Sì.
Satyaraja Dasa: Come ho spiegato, siamo parti infinitesimali di Krishna e possediamo le Sue stesse qualità, ma in proporzioni minima. D’accordo? Ora, Dio possiede la qualità di Supremo goditore e quindi anche noi possediamo in piccola proporzione la stessa propensità a godere. Il piacere presuppone l’esistenza di personalità e gusto, questo gusto è la chiave della risposta alla tua domanda. A certe persone piace una ricca e sontuosa halavah (dolce indiano), mentre altre preferiscono il riso soffiato. Entrambe desiderano godere del cibo, ma alcuni prediligono una pietanza ricca, altri provano piacere in qualcosa di più semplice. È questo che definiamo ‘gusto’. La varietà dei gusti ha origine nel mondo spirituale,ed ha qui il suo riflesso perverso. Buon gusto e gusto mediocre. Nel mondo spirituale esistono il piacere e il godimento perfetto, mentre nel mondo materiale esiste un piacere inferiore. Ora, noi quando manifestiamo il nostro gusto inferiore nel regno di Dio, esso comunque assume la forma di servizio di devozione, non è facile abbandonare quel servizio. Nel regno di Dio esistono il servizio e l’amore, nient’altro. Non è nel mondo spirituale che possiamo manifestare l’invidia, come si dice spesso. No, nessuna qualità materiale, come l’invidia può manifestarsi nel mondo spirituale. Quel che accade piuttosto, è che manifestiamo il desiderio di servire Krishna in un modo più basso, un modo che non ha ragione d’essere nel regno di Dio. Per esempio, possiamo avere il desiderio di servire come creatori, ma poiché nel mondo spirituale non c’è bisogno né di creazione, né di distruzione –è eterno- il servizio di creatore dev’essere svolto altrove, nel mondo materiale; di conseguenza, nasciamo come essere superiore, come Brahma e serviamo nella posizione di creatori. Nota bene che stiamo ancora servendo Dio. Nel corpo di Brahma, adesso che siamo nel mondo materiale, cominciano le nostre difficoltà e inevitabilmente cadiamo nelle specie inferiori. Così collezioniamo condizionamenti e svariate qualità materiali inferiori. Nascita dopo nascita queste cattive ci ossessionano e ci torturano, finchè finalmente rinsaviamo, cominciamo a evolverci naturalmente, incontriamo un puro devoto –quando siamo finalmente pronti- e procediamo sulla via del ritorno a Dio. Facciamo un attimo un passo indietro. Bisogna anche capire che alcuni elementi impliciti nel regno del godimento inferiore possono essere di nostro gusto. Per esempio, nel mondo materiale possiamo prendere il posto di Krishna al centro di tutto. Quindi, quando abbiamo questo gusto inferiore, che si dice nasca dall’invidia e dalla lussuria (a mio parere una spiegazione troppo semplicistica), dobbiamo soddisfare il nostro desiderio in una esistenza inferiore. È per questa ragione che viene creato il mondo materiale, perché noi si possa agire in base ai nostri desideri inferiori impegnandoci al contempo in un servizio minore. Ma è un’attività temporanea, e gradualmente Krishna ci rende manifesta la reale natura inferiore del nostro desiderio. Così col tempo sviluppiamo un gusto superiore e volontariamente torniamo da Lui. È un po’ come una persona a cui piace fumare,che però poi quando comincia a stare male per avere dato libero sfogo al suo pessimo gusto, torna in sé e abbandona la cattiva abitudine, per poi gradualmente riacquistare un gusto superiore man mano che i veleni vengono eliminati dal sangue. E a questo punto si domanda, come posso aver fumato tutte quelle sigarette?
Rev.Hart: Affascinante. E’ una risposta molto esauriente e più profonda di quanto mi sembrasse inizialmente. Tommaso d’Aquino offre una spiegazione analoga nella sua Summa Theologiae, ma non è molto intelligibile. Sai, ci sono comunque molti che non sarebbero in grado di seguire la stretta logica del tuo ragionamento…
Satyaraja Dasa: Quel tipo di persone possono comunque capire questo: se stai affogando e qualcuno ti lancia una corda per tirarti in salvo, che cosa fai?
Rev.Hart: La prendo al volo per salvarmi la pelle!
Satyaraja Dasa: Appunto, non cominci certo a chiederti come sei finito in acqua, né come hai fatto a cacciarti in quel terribile guaio. Ci penserai in un altro momento. E neppure ti metti a chiedere a chi ti lancia la corda: “E tu chi sei? Questa è la migliore corda che hai?” No. Se stai affogando, prendi la corda e basta. Allo stesso modo, se stai affogando nell’oceano del mondo materiale, la prima preoccupazione è come tornare da Dio, come siamo arrivati qui è secondario.
Rev.Hart: Bravo! Sono proprio d’accordo. Che cosa pensi
però,che una volta tornati da Dio potremmo di nuovo cadere nel mondo materiale? In fondo, il nostro cattivo gusto potrebbe riemergere.
Satyaraja Dasa: E’ poco probabile, almeno per la maggior parte di noi. Anche qui, se una persona si ammala di cancro o di qualche grave malattia a causa di una sua cattiva abitudine, come il mangiare carne, abbandonerà quel suo gusto inferiore, almeno se è intelligente. Il punto è: se l’unica alternativa è la morte, bisogna seriamente riconsiderare le proprie priorità. È sorprendente come i gusti possano cambiare in fretta. Se si tratta di una malattia sulla quale possono influire le proprie attività, spesso si osservano trasformazioni vitali sorprendenti. Poi col tempo chiaramente si svilupperà il desiderio delle cose che ci fanno meglio. Certo, esistono anche persone che non imparano dai propri errori, ma questi testardi sfortunati sono rari. La maggior parte della gente si darà da fare per ristabilire un ordine nei propri desideri, soprattutto se è questione di vita o di morte. Bisogna considerare inoltre che il Signore garantisce a chi torna a Lui, che non dovrà più tornare nelle tristi regioni infestate da nascita e morte, quella terra infelice che erroneamente chiamiamo ‘casa’. Krishna lo afferma piuttosto chiaramente nella Bhagavad-gita. Quando finalmente rinsaviamo, dice Krishna, non dobbiamo più tornare nel mondo materiale.

Postato da: Isvari a aprile 26, 2008 21:41 | link | commenti (43)

mercoledì, 23 aprile 2008
Citazione 22

Krishna dance with Gopi

Krishna is dancing -you have seen- similarly, our position is simply dancing with Krishna and being happy.

That is our position.

But we have came to this material world to enjoy independently of Krishna.

Therefore we have been captured by the illusory energy.

 

 

 

Srila Prabhupada.

Hyderabad, April 23, 1974 

Postato da: Isvari a aprile 23, 2008 14:40 | link | commenti (114)

lunedì, 21 aprile 2008
La vita

Isvari passato e futuro

 

Dal vocabolario:

GIOVENTU': parte della vita tra l'infanzia e l'età matura.

VECCHIAIA: lo stato avanzato della vita.

Ma quale vita scusate?

 

Postato da: Isvari a aprile 21, 2008 12:42 | link | commenti (60)

venerdì, 18 aprile 2008
L'importanza dell'educazione

Bambino della Gurukula

da una lezione di Srila Prabhupada




sri-prahlada uvaca
kaumara acaret prajno
dharman bhagavatan iha
durlabham manusam janma
tad apy adhruvam arthadam


Prahlada Maharaja disse: "Una persona dotata di sufficiente intelligenza dovrebbe usare il suo corpo di uomo fin dall'inizio della vita -in altre parole fin dalla più tenera infanzia- per praticare le attività del servizio devozionale, lasciando ogni altra occupazione. Ottenere un corpo umano è cosa molto rara e, sebbene esso sia temporaneo come gli altri corpi, assume un'importanza particolare perché permette di compiere il servizio devozionale. Anche una minima dose di sincero servizio devozionale può conferirci la completa perfezione."
-Srimad-Bhagavatam 7.6.1

Il significato di questo verso è che fin dalla più tenera infanzia dovremmo essere istruiti nella coscienza di Dio. L'errore della civiltà moderna è che facciamo crescere i figli senza una vera educazione. Prahlada Maharaja afferma che si dovrebbe ricevere una specifica educazione fin dalla più tenera infanzia.

In India ho visto che i Musulmani sono molto attenti a questo proposito. Ai bambini sotto i dieci anni è insegnato il Corano nelle moschee fin dalla più tenera infanzia.

La mia sede a Delhi era proprio dietro Jama Musjid. Avrete sentito il nome Jama Musjid. Si tratta della più grande moschea del mondo e molti stranieri si recano a visitarla. Fu costruita dall'imperatore Shah Jahan trecento anni fa o anche prima. I Maomettani sono molto attenti ad insegnare il Corano fin dalla più tenera infanzia. Questo è un buon sistema.

Non ha importanza che s'insegni il Corano, la Bibbia o la Bhagavad-gita. L'importante è che venga data l'idea della coscienza di Dio, che ognuno in seguito può sviluppare. Quest'opportunità dovrebbe essere offerta ai bambini. Coloro che non danno quest'opportunità non sono veri educatori, veri genitori o veri insegnanti.

Prahlada Maharaja afferma che ai bambini deve essere insegnato il dharman bhagavatan, "la religione della coscienza di Dio". Egli non parla di religione induista o maomettana o cristiana.

Bhagavata significa che riguarda Dio. Pertanto qualunque possa essere la vostra idea di Dio dovete insegnare ai vostri figli che c'è Dio.

In realtà Dio c'è. Negare Dio o affermare che Dio è morto è semplicemente da mascalzoni. Perciò a qualunque religione o setta si appartenga, Prahlada Maharaja dice che tutti devono essere coscienti di Dio.

Noi non diciamo e neanche Prahlada Maharaja lo dice: "Solo la coscienza di Krishna."

Naturalmente Krishna significa Dio, ma se qualcuno ha qualcosa da obiettare su Krishna perché questo nome è indiano o un nome sanscrito o perché Krishna è apparso in India, questo non ha importanza. Noi facciamo riferimento alla filosofia e ai relativi insegnamenti.

Anche Buddha era indiano. Era un indù, uno ksatriya. Perché allora il buddismo è accettato da così tanti popoli nel mondo? In Giappone, in Cina, in Birmania. Perché? Per la filosofia.

E il Signore Gesù Cristo è apparso in Palestina. Egli non era europeo, americano, indiano o cinese, ma ci sono molti Cinesi, Indiani, Europei e Americani che sono cristiani.

Se una forma di religione si sviluppa in un particolare paese non dovremmo pensare che essa sia riservata a quel particolare paese. No. Questo è un errore. Dio è uno, proprio come il sole. Il sole è uno. Se il sole appare in America non per questo è un sole americano. No. Il sole è il sole. Esso non è né americano né indiano, ma ruotando a volte appare in America, a volte in India e a volte in Cina.

C'è un verso molto bello di Canakya Pandita con cui viene dato un esempio di apertura mentale.

-Na hi harate jyotsna chandras candala-vesmani- dice:

"Anche se una persona è un candala, questo non significa che la luna non risplenderà sulla sua casa."

La luna è così generosa che non si cura se una casa appartiene a un brahmana o a un candala. Lo stesso vale per la pioggia. Il mare non ha bisogno della pioggia, perché contiene già un'immensa quantità d'acqua, ma la pioggia cade anche lì. Perché? Perché è generosa, è per tutti. La pioggia non è fatta solo per la terra, è fatta anche per il mare.

Allo stesso modo, ogni movimento che propone la coscienza di Dio non è fatto per un solo paese o per una particolare parte della società. No.

Non pensate che la Bhagavad-gita e lo Srimad­Bhagavatam siano solo per gli Indù o per gli Indiani. Sono per tutti.

................
LA DEFINIZIONE DI DHARMA

Prahlada Maharaja afferma: "Si dovrebbe insegnare la coscienza di Dio fin dalla più tenera infanzia."
Dharman bhagavatan significa la scienza di Dio.

Cerchiamo di comprendere il significato della parola dharma.

Dharma di solito è tradotto con la parola "religione", ma dharma non indica un particolare tipo di fede. Questo non è il significato sanscrito. Dharma significa la qualità naturale caratteristica. Ogni cosa ha una qualità naturale che la caratterizza. La caratteristica naturale di tutti gli esseri viventi è quella di servire. Nessuno qui può dire: "lo non sono un servitore." Ognuno di noi è un servitore. Si possono prendere in considerazione gli uomini che occupano le posizioni più elevate, il primo ministro o il presidente, ma ognuno di loro è un servitore. Nessuno può affermare: "lo non sono un servitore."

Sia che tu sia Cristiano, Indù o Maomettano devi servire. Il fatto che tu sia Cristiano o Indù, non ti esonera dal servire.

Molti Indiani sono venuti qui. Quale lavoro fanno? Servono. Servono una ditta, un'istituzione o un'università. In India servivano e anche qui servono.

Questa è la religione. Religione indica la caratteristica naturale. Non puoi cambiare la tua caratteristica. In qualsiasi circostanza ti trovi, conserverai la tua caratteristica. Questo è il significato di religione -Dharman bhagavatan- e bhagavatan significa che riguarda Dio. E questo significa che questa relazione caratterizza il rapporto tra Dio e me. Questa è chiamata religione.

Religione significa connettere la caratteristica naturale dell'essere vivente con la caratteristica di Dio. La caratteristica naturale di Dio è che Dio è grande. E noi siamo piccoli, piccoli. Questa è la nostra caratteristica naturale. Se non fossimo piccoli, allora perché serviremmo il grande? Il mio servizio significa che ci deve essere qualcuno più grande di me.

Al limite il denaro è più grande di me perché io servo il mio padrone che mi fornisce il denaro.

Nel mondo materiale non esiste il vero servizio. Tutti servono con l'idea di gratificarsi i sensi. Domani ci sarà uno sciopero della posta. Questo significa che i dipendenti della posta non stanno servendo il governo o il pubblico, servono il loro stipendio. Non appena questo viene diminuito, scioperano.

lo ho il mio spirito di servizio e devo servire qualcuno. Questa è la mia caratteristica naturale. Non potete negarlo. Ora dovete scoprire dove impegnare il vostro servizio in modo da non essere frustrati. Questo è ciò che si deve fare.

.......SERVIRE IL SUPREMO

Nel Bhagavatam c'è un verso importante che riguarda un devoto che ha preso sannyasa, l'ordine di rinuncia. La parola sannyasa deriva dalla parola sanscrita sat-nyasa. Sat significa il Supremo, la Verità Assoluta e nyasa significa rinunciato. Colui che ha rinunciato a tutto per servire il Supremo viene chiamato sannyasa. Sannyasa non significa un particolare tipo di vestito o di barba. Puoi diventare rinunciato anche indossando i tuoi consueti vestiti, giacca e pantaloni. Non ha importanza, visto che hai dedicato la tua vita al servizio di Dio. Questo è il significato di sannyasa.

Nella Bhagavad-gita (6.1) viene chiaramente affermato:

anasritah karma-phalam
karyam karma karoti yah
sa sannyasi ca yogi ca
na niragnir na cakriyah

Il significato di questo verso è che tutti nel mondo materiale lavorano per un salario o per una forma di remunerazione, ma chi lavora non per un salario o per una qualsiasi forma di compenso, ma soltanto per dovere, è un sannyasi. Cercate di capire. Anasritah karma-phalam... Voi lavorate, perché lavorate? O per uno stipendio o per qualche forma di profitto o di guadagno. Nessuno lavora per nulla. Tutti devono ricavare un guadagno dal proprio lavoro, ma colui che non usa questo guadagno per gratificarsi i sensi, ma lavora per dovere è veramente un sannyasi e uno yogi

Il sannyasi e lo yogi non hanno altro impegno che quello di concentrare la mente su Visnu.

Dhyanavasthita-tad­gatena manasa pasyanti yam yoginah [Srimad-Bhagavatam 12.13.1].

Un vero yogi è sempre immerso nella meditazione, dhyanavasthita. Dhyana significa meditazione. Dhyanavasthita... manasa. Dove si compie la meditazione? Nella mente.

Questo significa concentrare la mente. Dhyanavasthita... manasa. Allora che cosa significa concentrazione? Yam: "Chi" Questo significa il Supremo, Visnu. Colui che con la concentrazione vede sempre il Supremo, Visnu, nella sua mente è detto uno yogi.

Yoga non significa esibire qualche abilità magica o fisica. La pratica delle asana o degli esercizi di respirazione vi aiuteranno a concentrarvi, pratyahara.

Pratyahara significa distaccare i sensi dalla materia ed impegnarli in Visnu. Questo è yoga. Coloro che praticano il bhakti-yoga, che noi insegniamo, sono gli yogi più elevati perché vengono educati a distogliere i sensi da tutto ciò che non è coscienza di Krishna. Essi cercano di distaccare i sensi da tutto per impegnarli in Krishna.

Quando noi cantiamo Hare Krishna, distogliamo la nostra mente da tutti gli altri attaccamenti e cerchiamo d'impegnarla ad ascoltare la vibrazione sonora di Krishna. Poiché Krishna è la Verità Assoluta, non c'è differenza tra la persona Krishna e il nome Krishna.

Nel mondo assoluto non c'è relatività. Perciò quando concentrate la vostra mente sulla vibrazione sonora di Krishna, questo significa che vi state concentrando sulla Verità Assoluta. Questo è il metodo dello yoga. Qualcuno può pensare: "Senza esercizi del corpo, senza esercizi respiratori come hanno fatto a diventare yogi?" Perché il vero yoga significa concentrare la propria mente su Visnu. Dhyanavasthita...

La forma originale di Visnu è Krishna. Perciò yoga significa concentrare la propria mente su Krishna, anche solo ascoltando la vibrazione del nome di Krishna, perché non vi è differenza tra la vibrazione del nome di Krishna e Krishna. Questa è la forma più elevata di praticare lo yoga che accompagna una vita dedita al servizio di Krishna.

Nella Bhagavad-gita (6.47) si afferma,

yoginam api sarvesam mad-gatenantar-atmana: "E' il più elevato fra gli yogi colui che nel suo intimo pensa sempre a Krishna."

Questa è la pratica dello yoga. Non c'è differenza fra bhagavata-dharma e bhakti-yoga o pratica dello yoga, ma questo è il metodo più facile.

Qui troverete che gli studenti non praticano le asana o il pranayama, ma che la loro mente è sempre impegnata in Krishna. Questo è il bhagavata-dharma. Questa è la concentrazione necessaria ed essa dovrebbe essere insegnata fin dalla più tenera infanzia, kaumara. Kaumara significa da cinque a quindici anni. La giovinezza comincia dal sedicesimo anno, fino indicativamente ai quarant'anni.

Segue la mezza età fino a sessanta anni. Poi dopo i sessant'anni una persona è vecchia. Così vengono definite le diverse età.

Krishna è dovunque, proprio come la luce del sole. Come possiamo capire dalla Brahma-samhita (5.35), andantara-stha-paramanu-cayantara-stham: Krishna o Dio è dentro questo universo, dentro questa stanza, dentro il vostro cuore, perfino dentro l'atomo. Perciò Krishna è dentro di voi. Non appena diventate sinceri, Krishna risponde dall'interno. Se volete Krishna o Dio sinceramente, allora l'aiuto verrà in due modi: dall'esterno e dall'interno. Per mezzo di questi libri di conoscenza, per mezzo delle istruzioni del maestro spirituale, sarete aiutati dall'esterno. E non appena diventerete seriamente impegnati a seguire, riceverete istruzioni anche dall'interno.

Nella Bhagavad-gita (10.10) è detto -tesam satata yuktanam bhajatam priti­purvakam-: "Colui che è seriamente impegnato nel Mio servizio con fede e devozione..." Priti significa amore, ma non nel significato corrente. Non quel tipo d'amore."

In pratica Krishna dà tutto. Una persona intelligente sa che è Krishna a fornirgli tutto. Krishna provvede sia che voi serviate o no. Krishna è molto gentile. Tutti servono Krishna, ma non tutti lo servono direttamente.

Qual è la differenza tra una persona comune e una cosciente di Krishna? La differenza è che una persona cosciente di Krishna sa: "Sono un eterno servitore di Dio, perciò lasciatemi servire Krishna liberamente."

Anche gli altri servono Krishna, ma forzatamente, per l'azione di maya e delle forze della natura. Essi sono come un cittadino dello Stato che ha violato le leggi. Anch'egli sta osservando le leggi in prigione.

Egli è obbligato: "Se non obbedisci, verrai punito." Questa è la vita in prigione. E se siete rispettosi delle leggi, allora non siete fuorilegge. Siete liberi fuori dalle mura della prigione.


........SERVIRE KRISHNA DIRETTAMENTE

Sia che si obbedisca o no, si devono servire le leggi dello Stato. Allo stesso modo sia che siate coscienti di Krishna o no, dovete servire. Ma fuori dalla coscienza di Krishna dovete servire i vostri sensi e in coscienza di Krishna servite Krishna direttamente. Questa è la differenza.


Un uomo intelligente pensa: "In tutta la mia vita ho servito la lussuria, la collera, il desiderio e molte altre cose." Tutti servono. Ricordate sempre che ogni volta che serviamo qualcuno, noi non serviamo quella persona, ma serviamo la nostra lussuria. Quella persona mi darà del denaro con cui potrò gratificarmi i sensi. Quindi non sto servendo qualcuno, sto servendo i miei sensi. Questa è l'essenza. Similmente, se servite Krishna c'è ancora il servizio. L'unica differenza è che esso non è diretto ai sensi, ma al proprietario dei sensi, Hrishikesa.

Hrishikesa è uno dei nomi di Krishna. Hrishika significa sensi e isa significa il Signore. Krishna è il Signore dei sensi e questo è anche il significato del nome di Krishna, Govinda.

Invece di servire i sensi, se servite il Signore dei sensi, siete nella vostra condizione naturale. Questa è detto bhagavata-dharma. Il bhagavata­dharma è del tutto naturale e la coscienza di Krishna è del tutto naturale, è completamente naturale.

Dovete semplicemente spostarvi da una piattaforma ad un'altra. Invece di servire i vostri sensi dovete servire i sensi di Dio o Krishna. Questo è detto bhagavata-dharma.
Vi ringrazio moltissimo.



(da Ritorno a Krishna di Gennaio-Febbraio 2005)

Postato da: Isvari a aprile 18, 2008 22:00 | link | commenti (16)

giovedì, 17 aprile 2008
Sul canto

Radhanath Swami

La prima cosa che dobbiamo fare la mattina appena svegli è cominciare immediatamente a cantare i Suoi Santi Nomi… è essenziale.

“Mio caro Signore, o Krishna, supremamente attraente, oggetto dell’amore di tutti, o Rama, ricettacolo di tutti i piaceri e di tutta la felicità, o Srimati Radharani, divina potenza di piacere, elargitrice di devozione.

PER FAVORE IMPEGNATEMI AL VOSTRO SERVIZIO, PER FAVORE IMPEGNATEMI AL SERVIZIO DEI VOSTRI SERVITORI”

Dovremmo essere molto determinati a prendere rifugio nel Santo Nome cantando non in modo ritualistico e casuale ma per prendere rifugio, perché Krishna è nel Suo Nome.

Dobbiamo sederci e fissare realmente la nostra attenzione sul Nome di Krishna lasciando che questo Nome purifichi i nostri cuori.

Niente intorno a noi dovrebbe disturbarci in alcun modo. In realtà dovremmo cantare sul nostro japa evitando accuratamente di avere qualsiasi altra cosa da fare durante il canto, altrimenti non si può cantare con attenzione.

E Krishna Si rivela secondo il modo in cui ci si rivolge a Lui. Se farete molte altre cose mentre cantate il japa, anche il nome di Krishna farà molte altre cose invece di rivelarSi a voi…

Dovreste solo sedervi e cantare. In realtà dovremmo farlo in quel momento della giornata in cui questa è l’unica priorità. Questo è molto importante.

Con il Canto ci purifichiamo da tutto ciò che occupa la mente. Ad ogni sillaba di ogni nome dovremmo desiderare molto intensamente di purificare la nostra mente concentrandola su questa vibrazione sonora.

Il nome di Dio è potente quanto il fiume Gange, Esso lava il cuore da tutte le inclinazioni a peccare, da tutti gli attaccamenti dannosi.

Krishna è una persona e il Suo nome è una persona per cui quando cantiamo trattiamo direttamente con una persona, non con una semplice vibrazione. Perciò dovremmo cantare con molto rispetto, con grande attenzione… per soddisfare quella persona…

Se siamo coscienti di questa realtà, di questa verità, come sarà meraviglioso il nostro Canto, come sarà sincero e pieno di devozione!

… quando cantiamo veramente in uno stato di coscienza pura, allora siamo direttamente alla presenza di Radha e Krishna, del Loro seguito di tutti gli acarya e di tutti gli altri in un sentimento di reciprocazione.

“Considerate questo Maha-mantra come tutta la nostra vita, da cantare con grande attenzione e con sentimento, avendo fiducia che questo Maha-mantra è la medicina che porterà via dal cuore tutte le malattie dovute all’ignoranza, che questo MAHA-MANTRA HARE KRISHNA è il mezzo per trasportare la nostra coscienza verso l’eterno regno spirituale di Vrindavan.”

_di Radhanath Swami, Londra 2007_

Postato da: Isvari a aprile 17, 2008 18:30 | link | commenti (108)

martedì, 15 aprile 2008
Cadaveri buoni da mangiare

Ho trovato sul blog di un amico questo interessante scritto.

Proviamo a immaginare cosa ci propone questo signore, senza pregiudizi di sorta però.

Buona lettura.

pezzi di cadavere...di chi?

Proviamo ad immaginare le parti anatomiche di un corpo umano; immaginiamo che il cuore, il fegato, la milza, il rene, il polmone, il cervello, gli intestini, alcune costole, alcuni muscoli, siano stati levati in obitorio ad una persona deceduta e messi in un recipiente.

E ora immaginiamo gli stessi organi prelevati dal cadavere di un animale, per esempio un maiale, e messi in un altro recipiente vicino al primo.

Queste misere parti risultano, ad occhio profano, identiche, indistinguibili.
Ebbene, pensare di cucinare e mangiare le prime farebbe vomitare, inorridire qualunque buona massaia o qualunque essere umano dotato di sensibilità e di senso estetico; invece, per le stesse massaie o per gli stessi cuochi, cucinare e mangiare le seconde viene considerata una prelibatezza da leccarsi le dita.
Eccetto i cannibali, chi se la sentirebbe di cucinare e mangiare la coscia, il petto, il piede, la faccia, i testicoli, la milza, il pancreas o qualunque altra parte del corpo di un essere umano?
Solo l’idea certo sconvolge ogni persona normale, mentre è considerato un piatto prelibato se ad essere cucinate sono le identiche parti anatomiche di un qualunque animale ritenuto commestibile.
Chi utilizzerebbe per il proprio pasto un recipiente in cui c’è stato del sangue umano e messi a giacere i resti di un’operazione chirurgica?

Invece, per la stragrande maggioranza delle massaie o dei cuochi è considerato normale usare recipienti in cui sono stati utilizzati resti di un cadavere di animale.
Chi mangerebbe un uovo uscito dalla vagina di una donna? Sfido chiunque a superare questa ipotetica prova.

Mentre è considerato normale utilizzare, a profusione, uova uscite dall’utero di un animale, tra l’altro ritenuto il meno dotato sotto l’aspetto cerebrale, estetico, spirituale.
Come può succedere tutto questo?

Perché l’essere umano si è abituato a convivere con ciò che è raccapricciante, stomachevole, disgustoso e contro la sua stessa natura di essere emotivamente sviluppato?

Perché l’essere umano, per sua natura frugivoro, ritiene normale mangiare un animale mentre considera crudele quando animali carnivori agiscono allo stesso modo e pur non avendo gli attributi anatomici degli animali predatori si comporta come tali?

Come ha potuto arrivare a considerare buoni da mangiare dei pezzi di cadaveri sanguinolenti ed in via di putrefazione?

Come può un essere umano mettere nel suo stomaco lo stomaco cucinato di un animale? Nel suo intestino l’intestino di un animale? Il piede o la gamba di un animale?

Che differenza c’è tra gli occhi, le orecchie o la lingua di un essere umano e gli occhi, le orecchie e la lingua di un animale da considerarli cose da mangiare?

Oggi che necessità c’è di pasti cadaverici?

Come può risollevarsi un’umanità decaduta e capace di giustificare con il piacere della gola comportamenti aberranti?

(di Franco Libero Manco)

Budella....di chi?

Vi invito a divulgare il messaggio e a rispondere alle domande poste.

Grazie.

Postato da: Isvari a aprile 15, 2008 13:19 | link | commenti (25)

domenica, 13 aprile 2008
Rama navami

 Domani lunedì 14 Aprile ricorre l'apparizione del Signore Ramacandra, la Forma di Dio tra le piu conosciute e adorate in India.

Il Signore Ramacandra

Riporto qui la Sua storia molto riassunta. 

Milioni di anni fa, secondo le fonti vediche, il Signore Supremo apparve su questo pianeta nella parte del guerriero Ramacandra per realizzare il Proprio volere e per manifestare i Propri passatempi.

  

I passatempi di Sri Rama sono descritti nel Ramayana, la famosa Scrittura Vedica di Sri Valmiki. Il Ramayana è stato scritto sotto forma di poema storico ed epico ma contiene le informazioni essenziali dei Veda originali.

Il Ramayana e il Mahabharata (di cui la famosa Bhagavad-gita è un capitolo) sono particolarmente consigliati per l'epoca attuale, molto più dei complessi Veda o delle tesi filosofiche del Vedanta-sutra, che per la loro complessità si prestano maggiormente a interpretazioni errate in quest'epoca di decadimento e di ipocrisia.
Il Ramayana racconta come Sri Ramacandra apparve sulla Terra in una forma umana dal colorito verdolino e il corpo lucente come fresca erba verde
.

E' importante rilevare che si può comprendere meglio il contenuto del Ramayana se lo si accetta così com'è. Quando si narrano i passatempi di Dio, la Persona Suprema, non si tratta affatto di allegorie.

 
L'allegoria è un testo che conduce a una verità superiore a quella descritta letteralmente. Ma la più elevata realizzazione della perfezione spirituale è che la Verità Assoluta, è una persona.
Ciò preclude ogni possibilità di andare al di là del Signore per arrivare ad una Verità più elevata.
Sebbene per gentilezza verso i Suoi devoti Sri Rama sia apparso nella forma umana, Egli è il Signore Supremo e la Sua nascita è trascendentale sotto tutti gli aspetti e priva di qualsiasi traccia materiale.
La Sua storia, come vedremo, è perciò meravigliosa e piena di mirabili imprese.

Ramacandra era figlio del re Dasaratha ed era il beniamino di Suo padre e di Sua madre, la regina Kausalya, così come era l'eroe e il prediletto di Ayodhya, la capitale di ciò che in seguito fu l'unico regno presente nel mondo.

Rama torna al regno

Quando cominciò a invecchiare il re Dasaratha decise di lasciare il regno a Rama, suo figlio maggiore.

Mentre una gioiosa Ayodhya si preparava ad incoronare il suo amato principe, una delle regine del re Dasaratha, la regina Kaikeyi, congiurava per destituire Rama così che suo figlio Bharata potesse occupare il trono. Convinta da una cameriera disonesta che Rama avrebbe ucciso suo figlio se fosse diventato re, la regina approfittò della promessa di due favori che suo marito le aveva concesso, grato per il servizio che essa gli aveva reso.

Chiamò suo marito nelle sue stanze e gli chiese di mandare in esilio nella foresta Rama per quattordici anni e di incoronare Bharata re di Ayodhya.

Quando il re udì queste richieste per lo shock perse i sensi.

Da vero ksatriya qual era, Dasaratha doveva mantenere la promessa anche se questa avrebbe significato un destino peggiore della morte. La veridicità era la sua religione e doveva quindi mantenere la promessa.
Quando Sri Ramacandra ricevette la terribile notizia, rispose solo: "Va bene. Andrò via di qui e vivrò per quattordici anni nella foresta Dandaka con animo incrollabile."

La moglie di Rama era la bella e  casta Sita: Sri Ramacandra l'aveva ottenuta quando, nell'assemblea riunita per la scelta del marito di Sita, aveva rotto un arco che era così pesante che occorrevano trecento uomini per trasportarlo.

Nell'assemblea in cui Sita doveva scegliere il suo futuro sposo, Ramacandra ruppe il potente arco appartenente a Siva.

Ramacandra lo piegò, lo tese e lo ruppe nel mezzo proprio come un elefantino rompe una canna da zucchero.

Rama spezza l

Rama soddisfece così il padre di Sita, Janaka, e sposò Sita che era dotata di qualità trascendentali.

E' chiaro che, essendo Sri Ramacandra Visnu stesso il Signore Supremo, Sita in realtà era Laksmi, la dea della fortuna.

Essendo la figlia del re santo Janaka, era abituata a un modo di vivere principesco. Ciò nonostante quando Rama le disse che doveva restare nella città sotto la protezione di Bharata durante il Suo esilio, Sita Gli rispose con aria offesa:

"Se Ti recherai nella foresta, andrò davanti a Te e Ti faciliterò il cammino schiacciando le spine con i piedi. Non Ti lascerò, ne potrai dissuadermi dal farlo. Non mi dispiacerà passare tanto tempo con Te."

 

Laksmana, l'amato fratello di Ramacandra, era presente quando Rama parlava con Sita. Si strinse ai piedi di loto di Ramacandra perché trovava insopportabile qualsiasi separazione da Rama. Rama cercò di dissuaderlo, ma nulla riuscì a convincere Laksmana: era determinato ad accompagnare Sita e Rama nella foresta per tutta la durata del loro lungo esilio.
Vivere nella foresta era un insulto abominevole per un principe, ma Ramacandra cercò di confortare Sita facendole notare la bellezza del naturale...

Ramacandra lasciò il Suo regno, la ricchezza e gli amici e andò nella foresta con Sua moglie Sita, e Suo fratello minore Laksmana.

Rama e Sita nella foresta
Mentre Rama, Sita e Laksmana venivano esiliati nella foresta, entrò nella loro vita l'orribile Ravana.

Ravana era un grande demone che possedeva quasi tutto e che con lunghe e tremende austerità aveva ottenuto grandi poteri con cui era riuscito a sconfiggere i deva Kuvera e Indra.

Regnava sull'isola di Lanka e possedeva grandi ricchezze e opulenza. Con i suoi "Pirati della notte" vagava nelle foreste per uccidere e cibarsi degli eremiti impegnati in pratiche spirituali.

Ravana aveva anche una lunga carriera di violentatore di fanciulle in qualunque luogo le trovasse e aveva un harem di centinaia di donne che si erano arrese al suo influsso materiale di ricchezza e potenza.

Si reputava invincibile e disprezzava Dio.

Da perfetto materialista qual era, ne metteva in dubbio l'esistenza. Metteva in discussione qualsiasi cosa positiva e non accettava i cauti avvertimenti sulle reazioni negative che derivano dagli atti peccaminosi.

Sfidando Rama con il rapimento di sua moglie Sita comunque, Ravana stava scegliendo la morte e si lanciò a capofitto verso quello che era il suo inevitabile destino.
Per attuare il rapimento di Sita, Ravana si servì di Marica, suo capo militare.

Ravana gli chiese di trasformarsi in un cervo dorato e di saltellare davanti a Sita: quando Sita avrebbe chiesto di averlo, Rama e Laksmana lo avrebbero seguito e Sita sarebbe stata rapita.
Quindi Marica, sotto le sembianze di un meraviglioso cervo dalle macchie d'argento e lucente come un gioiello, apparve davanti a Sita nella foresta e attrasse Sita in modo tale che ella chiese a Ramacandra di catturarglielo.

Ramacandra era ovviamente a conoscenza che poteva trattarsi della magia raksasa di Marica, ma decise comunque di prendere il cervo: se avesse scoperto che si trattava di Marica, lo avrebbe ucciso.

Dopo aver fermamente ingiunto a Laksmana di restare con Sita, Ramacandra inseguì il cervo che si mostrò inafferrabile, quasi invisibile.

Alla fine Rama decise di ucciderlo e scoccò una freccia mortale che penetrò nel cuore di Marica come un serpente fiammeggiante.
Ma all'ultimo momento Marica gridò a gran voce:

"Ahimè Sita, Ahimè Laksmana!"

Mentre Sita attendeva nella capanna con Laksmana il ritorno di Ramacandra, udì le urla di Marica e credette fossero di Rama.

Disse quindi a Laksmana di correre subito in aiuto di Rama.

Benché Laksmana respingesse l'idea che Ramacandra potesse essere in pericolo, Sita insistette perché andasse e lo trovasse.

Così Ravana riuscì nel suo intento: trovò Sita da sola e la portò via con la forza.

Ravana, dalle dieci teste e dalle venti braccia, salì su un carro trainato da asini e volò nel cielo tenendo stretta Sita.

Questo gesto suggellava definitivamente la sorte avversa di Ravana. Non solo sarebbe morto per essersi impadronito della moglie di un altro ma non sarebbe stato neanche in grado di godere di lei nel frattempo, neanche per un momento.
Incapace di soddisfare la propria lussuria con la forza, Ravana poteva solo minacciare Sita che se entro dodici mesi non si fosse piegata ai suoi voleri, l'avrebbe fatta tagliare a pezzi e avrebbe pranzato con i suoi resti.
Ramacandra, privato di Sita, piombò nella disperazione più profonda, Laksmana tentò di consolarlo ma Egli non gli prestò attenzione.

Alla fine i due fratelli trovarono dei segni lasciati da Sita, brandelli del suo abito persi nella lotta contro Ravana e ornamenti che le erano caduti quando era salita sul carro di Ravana.

Rama e Laksmana ricevettero anche delle informazioni da Jatayu, il vecchio rè degli uccelli, ora morente per aver cercato di fermare Ravana quando era volato via. Jatayu disse a Ramacandra e a Laksmana che Ravana aveva rapito Sita e di farsi aiutare da Sugriva, il re delle scimmie, per riportarla indietro.

Sugriva in effetti li aiutò mobilitando le sue armate ed inviandole alla ricerca di Sita.
Dopo mesi di vane ricerche, le armate iniziarono a perdere ogni speranza. Alcune ritornarono, altre si dispersero in terre straniere.
Fu Hanuman, il consigliere capo del rè, che venne a sapere del regno di Lanka che si trovava a grande distanza, nell'Oceano Indiano.
Hanuman chiese di volare alla ricerca di Sita.
Essendo figlio del dio del vento, Vayu, Hanuman aveva la facoltà di volare e attraversò con un balzo l'Oceano Indiano in direzione di Lanka.
Hanuman il fedele servitore di Rama
Ridottosi alle dimensioni di un gatto, Hanuman entrò poi tranquillamente nella capitale di Ravana, prestando particolare attenzione a tutto ciò che vedeva.
Come servitore era perfettamente conscio che poteva essere catturato in qualsiasi momento e rovinare il progetto.

 

"Se dovessi morire" pensava Hanuman "sorgerebbero grandi ostacoli alla realizzazione del progetto del mio maestro."

(Ancora oggi Hanuman è elogiato da tutti i santi e gli studiosi della scienza vedica come il servitore ideale per la sua dedizione incrollabile verso Sri Ramacandra.)
Hanuman cercò Sita dappertutto riuscendo infine a localizzarla nel cuore della densa foresta di Asoka.

Le garantì di essere stato inviato da Ramacandra e le promise che ben presto Si sarebbero ricongiunti. Poi quando lasciò l'isola di Lanka uccise da solo migliaia di guerrieri raksasa e incendiò l'intera città.

L'armata composta da milioni di scimmie si mobilitò e si diresse verso l'oceano.

Il Signore fece gettare nell'oceano dai Suoi fedeli servitori come Hanuman e Sugriva enormi massi, che per la Sua potenza suprema, galleggiarono sull'acqua fredda formando un ponte che raggiunse Lanka.

Rama e il ponte di pietre galleggianti

L'armata poi marciò dentro Lanka proprio sotto il naso del Signore dei raksasa.

Iniziò subito un combattimento corpo a corpo e grandi eroi da entrambe le parti combatterono fino alla morte giorno dopo giorno. Infine, uno dopo l'altro, i grandi condottieri raksasa caddero davanti al potere senza limiti di eroi come Hanuman, Laksmana, Sugriva e Ramacandra.

Alla fine Sri Ramacandra uccise Ravana con un'arma brahmastra lanciata dal suo arco.
Valmiki narra l'origine di quest'arma che apparteneva a Brahma e fu tramandata ai saggi.

Il brahmastra era unto di grasso e sangue e fumava come il fuoco eterno.

Era duro e aveva un suono profondo e quando fu scagliato da Ramacandra spaccò in due il cuore di Ravana, privandolo così della vita.
Rama si ricongiunse quindi a Sita ed essendo terminati i quattordici anni di esilio ritornarono a Ayodhya su un aeroplano decorato di fiori.

Rama ritorna al regno
Fu accolto dai principi che versarono su di Lui piogge di fiori fragranti mentre Brahma e le altre grandi personalità glorificarono le Sue attività in grande esultanza.

Sita, Rama, Laksmana, Hanuman.



Srila Prabhupada così spiega l'apparizione di Ramacandra:
"Gli studi comparativi sulla vita di Krishna e Ramacandra sono estremamente complicati, ma il principio base è che Ramacandra apparve come il re ideale mentre Krishna apparve come Dio, la Persona Suprema, sebbene in realtà non ci sia alcuna differenza tra i due.
Un esempio similare è quello di Sri Caitanya che apparve come devoto e non come Dio, la Persona Suprema, sebbene fosse Krishna in persona.
Dobbiamo quindi accettare l'aspetto del Signore e adorarLo com'è.
Il nostro servizio deve essere in armonia con l'aspetto del Signore.
"

PS: Sri Valmiki afferma che colui che ascolta sempre questa narrazione epica viene assolto da tutti i suoi peccati.

Colui che ascolta con il dovuto rispetto non incontrerà nella sua vita nessun ostacolo.

Vivrà felicemente con i suoi vicini e i suoi cari e vedrà i suoi desideri realizzati da Ramacandra, Dio, la Persona Suprema.


(di S.S. Sastsvarupa das Goswami)

 

Postato da: Isvari a aprile 13, 2008 18:43 | link | commenti (78)