Rev.Hart: L’ultima volta che ci siamo incontrati hai citato un verso della Bibbia: “Tutte le scritture sono rivelate per ispirazione di Dio,e contengono insegnamenti utili per la dottrina…” (II Timoteo 3. 16/17). Francamente, come forse ricordi, io non ero del tutto d’accordo con la tua interpretazione. Tu citavi il verso per dimostrare che potenzialmente un cristiano potrebbe basarsi sui testi sacri dell’Oriente, cioè le scritture vediche, per comprendere la Verità Assoluta. Anche se può essere vero che i testi sacri dell’Oriente servono allo stesso scopo, non penso tu possa ricorrere a quella citazione del Nuovo Testamento per sostenere il tuo punto di vista. La tua tesi tuttavia non era senza fondamento. Dicevi che anche la letteratura vedica è una scrittura sacra e la Bibbia, in quel versetto, si riferisce a tutte le scritture sacre. Per tradizione,però, quel verso si riferisce solo al Vecchio Testamento. Perlomeno,vquesta è la comune interpretazione. Ad ogni modovdopo averne discusso con te, ho riflettuto a lungo: perché la Bibbia direbbe “tutte le scritture”, se voleva riferirsi solo ai testi biblici? Forse che i Profeti o i redattori della Bibbia non conoscevano la letteratura vedica, che precede la tradizione biblica di molte generazioni? Non credo.
Ad ogni modo non ero completamente d’accordo con te e, passando in rassegna vari testi, ho trovato una splendida affermazione nel Libro dei Mormoni, un testo per altro, con il quale io non ho molto a che fare e che solo raramente ho consultato.
Satyaraja Dasa: Che cosa hai trovato?
Rev.Hart: Ho trovato un passaggio che mi è piaciuto molto sebbene decisamente confermi il tuo punto di vista. Te lo leggo: “Sappiate che esiste più di una nazione, sappiate che io, il vostro Signore, ho creato tutti gli uomini e che ricordo coloro che sono sulle isole del mare e che governo in cielo, sulla terra e sotto la terra.
Ho divulgato la mia parola ai figli degli uomini e persino in tutte le nazioni della terra. Sappiate che la testimonianza di due nazioni è una testimonianza a voi che io sono Dio e che ricordo una nazione e ricordo anche l’altra, ovunque le mie parole sono portate sia in una nazione sia in un’altra. E quando le due nazioni giungeranno insieme, la testimonianza delle due nazioni diverrà unica. E poiché Io ho enunciato un verbo non dovete supporre che non possa enunciarne un altro, perché la mia missione non è ancora finita. Né sarà terminata fino alla fine dell’uomo…”
Satyaraja Dasa: E’ bellissimo…
Rev.Hart: Aspetta il verso continua: “Poiché voi avete la Bibbia non dovete pensare che contenga tutte le Mie parole. Né dovete supporre che Io non abbia scritto nient’altro. Poiché Io comando tutti gli uomini, sia a oriente sia a occidente, al nord e al sud e sulle isole del mare, loro scriveranno le parole che io dico e che rivolgo loro”.
Non che io accetti questa come una rivelazione divina, o qualcosa di simile, ma suona indubbiamente vero. Penso che un’affermazione simile aggiunga credibilità alla tua tesi, alla letteratura vedica e agli altri testi sacri dell’oriente.
Satyaraja Dasa: Sì, la religione è una sola e viene rivelata in vari modi in accordo al tempo e alle circostanze ma l’essenza è la stessa. Prendi per esempio un dizionario. Esiste l’edizione ridotta, il dizionario tascabile o il dizionario completo, come quello sulla tua scrivania. La conoscenza è la stessa, ma il dizionario più grande e completo offre maggiori dettagli spiegando tutte le sfumature del significato di ogni termine. Il punto è trovare il corpo di insegnamenti che ci offre la rivelazione più ampia e completa. Gesù stesso mostra abbastanza chiaramente i limiti della rivelazione cristiana: “Vi devo dire ancora molte cose, ma le vostre orecchie non potrebbero comprendere.” (Giovanni 16.12)
Rev.Hart: Sì, sebbene Egli abbia impartito una conoscenza più intima e profonda ai Suoi discepoli, di fatto la tradizione biblica nel suo insieme consta di un corpo di parabole e sembra che esista una difficoltà oggettiva nel trovare una maniera coesiva e sistematica per individuare le verità originali più profonde. A sostegno della tua tesi ti interesserà sapere che la Bibbia cita Gesù che dice: “Se non avete fede quando vi parlo di cose materiali, come potrete credere quando vi parlo di verità spirituali?” (Giovanni 3.12)
Satyaraja Dasa: Esatto, ma Krishna dice nella Bhagavad-gita: “Ora ti rivelerò completamente questa conoscenza del fenomeno e del noumeno, fuori dalla quale nient’altro resta da conoscere.” (B.G.7.2) Esiste un metodo chiaro e sistematico per raggiungere questo livello di realizzazione di Dio, si chiama coscienza di Krishna. Come vedi, la tradizione vedica ha molto da offrire.
Rev.Hart: Quando parli di “tradizione vedica”, mi sembra di capire che intendi qualcosa più di un’antiquata religione indiana. Dimmi se ho ragione: dalle nostre recenti conversazioni è emerso – se posso riassumerlo così- che esisteva un’antica tradizione monoteista conosciuta come Vaisnavismo o adorazione di Visnu e ad essa ci si riferiva come sanatana dharma o “la funzione eterna dell’anima”. La cultura sacra e la letteratura che delucidano queste verità sono considerate “la tradizione vedica”. È giusto?
Satyaraja Dasa: Sì.
Rev.Hart: La cosa interessante, per quanto mi riguarda, è che con uno sguardo veloce alla storia della religione appare evidente che l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam sono le uniche religioni monoteistiche esistenti, o almeno le prime tre. Ora però mi è chiaro che hanno avuto un precursore nella tradizione vedica (vaisnava) dell’antica India. È una realtà affascinante. Come Cristiano sono incuriosito da una cultura antica che professa l’amore per Dio, specialmente quando si parla dello stesso “unico Dio supremo” con il Quale ho familiarità anch’io. E tutto questo già esisteva prima delle origini giudaico-cristiane comunemente accettate, non ne dubito. Ma com’è andata a finire? Perché la religione indiana ha cessato di essere accettata come monoteista?
Satyaraja Dasa: Il processo originale per amare Dio era più specificatamente chiamato bhakti-yoga o “scienza del servizio di devozione”. Al contrario di quello che si crede la prima religione monoteista ebbe origine in India –come stavi appunto
riassumendo- ed essa si basava sul bhakti-yoga, il servizio al Signore Krishna.
La visione di un Dio onnipotente era parte integrante della cultura vedica originale, come risulta chiaramente dagli scritti iniziali della letteratura vedica e su questo concordano la maggioranza degli studiosi. Tuttavia, sotto l’influenza del pensiero buddista nel V secolo a.C.e con gli insegnamenti monisti (tutto è uno) di Sankara nel VIII secolo d.C., la concezione vedica originale si oscurò. Ne seguì quello che oggi è conosciuto come induismo con la sua pletora di dei e l’aspirazione ultima a fondersi nel Supremo. Prima che si manifestassero queste interpretazioni secondarie del culto della bhakti originale, l’amore e la riverenza per un Dio unico e supremo, conosciuto con una varietà infinita di nomi, ma principalmente come Krishna, permeavano la tradizione vedica, precedendo di qualche secolo le tre religioni monoteiste che abbiamo appena citato, cioè l’ebraica, la cristiana e la mussulmana. La tradizione vedica originale non è mai morta, è rimasta oscurata per qualche tempo e oggi sta di nuovo prosperando. In India si contano letteralmente milioni di persone che seguono questa via e in occidente essa è onorevolmente rappresentata dall’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna.
Rev.Hart: I seguaci di quest’antica tradizione monoteista avrebbero apprezzato ciò che Gesù chiamò “il primo e più elevato comandamento”: ama Dio con tutto il tuo cuore, la tua anima e la tua mente. Il secondo importante comandamento in accordo a Gesù dice la stessa cosa: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Sono proprio curioso di sapere come tu, in quanto moderno praticante dell’antico bhakti-yoga, o sistema vaisnava, interpreti il comandamento di Gesù.
Satyaraja Dasa: Il primo comandamento è sinonimo dell’essenza del bhakti-yoga. Tuttavia esso è espresso nella sua pienezza nella letteratura vedica. La Bibbia, che si potrebbe considerare come un supplemento dei Veda, dà alcune indicazioni su come soddisfare l’ordine di amare Dio. ConoscerLo significa amarLo e non si può conoscerLo meglio che attraverso i testi vedici. Ma non è soggetto da discutere così, bisogna fare un serio studio comparativo.
Rev.Hart: Sì, penso che in un certo senso, i Veda offrano maggiori informazioni e quindi facilitano le cose. Come tu dici, conoscere Dio significa amarLo, perché è l’Essere più meraviglioso…Che cosa mi dici riguardo al secondo comandamento, “ama il prossimo tuo”?
Satyaraja Dasa: E’ un insegnamento degno di rispetto. Gesù fa una distinzione tra amare Dio e amare il prossimo, che Gesù dice è come amare Dio. Una differenza però esiste, quindi noi non mostriamo a Dio che Lo amiamo amando il nostro prossimo, anche se questo fondersi dei due comandamenti viene comunemente dato per assunto nei circoli cristiani. Mi segui?
Rev.Hart: Sì certo. Io penso che un cristiano maturo conosca la differenza, almeno per quanto mi riguarda è così. Altrimenti, amare Dio e amare l’uomo sarebbe la stessa cosa, ma è implicito nell’affermazione di Gesù che non è la stessa cosa. Allora come mostriamo a Dio che Lo amiamo? Attraverso la preghiera.
Satyaraja Dasa: La preghiera è indubbiamente un modo per mostrare a Dio che Lo amiamo, però io propongo qualcosa che mette insieme i due comandamenti e che può essere riassunto in breve come: diffondere il verbo, predicare. Che cosa significa davvero aiutare un altro essere vivente o amare il prossimo? Appena ci poniamo la domanda siamo asfissiati da una serie di luoghi comuni: assistere i senza tetto, dar da mangiare agli affamati. Sono tutte indubbiamente attività lodevoli, ma tali azioni possono essere considerate “virtuose” solo da chi non è molto introspettivo. Capisco che la mia affermazione possa sembrare piuttosto azzardata, ma analizziamo la questione in questi termini: possiamo davvero considerare un atto d’amore trascendentale il gettare una corda a un uomo che affoga? O dare da vestire o da mangiare a qualcuno? Siamo davvero ridotti al punto di dover considerare la normale reazione umana alle sofferenze del nostro prossimo come un virtuoso sacrificio “cristiano”, cioè l’osservazione del secondo comandamento? Purtroppo la risposta è un sonoro Sì! E così il comandamento biblico di amare il prossimo si riduce a una basilare reazione umana di fronte alla sofferenza altrui. E ancora più grave, confina il comandamento di amare il prossimo al piano corporale. Così però il comandamento di amare il prossimo è soffocato e non può manifestare il suo potenziale divino. Eccoci dunque al cuore della mia argomentazione: diamo nuova vita a questo comandamento o meglio,restituiamogli la sua vitalità originale riportandolo sul piano spirituale. Se si tratta di un comandamento religioso, dovrebbe rivolgersi non solo al corpo, ma anche all’anima eterna. Il mio punto è quindi che la vera essenza dell’amore cristiano –e di tutto l’amore- consiste fondamentalmente nel condividere con gli altri la conoscenza di Dio. Amare il prossimo si esprime al meglio nel comunicare agli altri gli insegnamenti della coscienza di Dio. In questo modo si può allo stesso tempo dimostrare al meglio il proprio amore per Dio.
Rev.Hart: Sono completamente d’accordo con te. Passiamo oltre, sono interessato alla tua concezione dell’anima. Hai menzionato un’interpretazione di questi comandamenti basata sull’anima in contrapposizione o in aggiunta, a quella materiale. Si tratta di un concetto essenziale, almeno dal mio punto di vista. Tommaso D’Aquino, come sai, ha detto molte cose sull’anima…
Satyaraja Dasa: ma tutte così confuse. Parlava di un’anima vegetale, di una animale e di un’anima razionale.
Rev.Hart: E’ vero. All’inizio sosteneva che gli animali e perfino le donne non potevano essere annoverate tra le anime razionali. Non sto dicendo che sono d’accordo con quello che lui ha detto dell’anima. Sono un episcopale, non un cattolico!
Satyaraja Dasa: La concezione vedica dell’anima è molto più chiara, non ci sono tre tipi di anima, come affermava erroneamente D’Aquino. La sua confusione nasce da un errata identificazione con il corpo. Poiché vedeva basicamente tre tipi di corpo ne concluse che ad essi corrispondevano tre tipi di anima. L’anima però, essendo spirituale, è di un’unica natura, perché nel regno dello spirito non esiste dualità. Secondo il Brahma-vaivarta Purana, esistono 8 milioni e 400.000 specie viventi, o forme corporee, e lo stesso tipo di anima trasmigra attraverso ciascuna di esse con una evoluzione graduale, fino a raggiungere la forma umana, che è una specie di porta attraverso la quale possiamo raggiungere la trascendenza, oppure ridiscendere nella catena delle specie. Le attività pie ci elevano alla forma umana mentre quelle empie ci rimandano indietro. Questa della causalità è una legge di natura che si chiama karma: in accordo ai nostri meriti o demeriti noi trasmigriamo da un corpo all’altro.
Rev.Hart: La reincarnazione? Questo è un principio molto interessante, con una lunga storia nella cristianità…e anche piuttosto controverso…Tu sai che, sebbene San Tommaso D’Aquino non sia certo conosciuto come un sostenitore della reincarnazione, nel suo Summa Teologica egli descrive le anime dipartite che raggiungono le loro rispettive destinazioni dopo la morte. D’Aquino afferma che gli esseri viventi hanno la tendenza a ‘sprofondare’(gravitas) e ad elevarsi (levitas), ma non si sa con esattezza cosa volesse dire. Nella seconda lettera di Pietro, viene usato il termine exitus (exit o uscita)con il significato di ‘morire’. L’espressione implica che esiste qualcosa che al momento della morte se ne va, esce dal corpo.
La reincarnazione spiegherebbe moltissime cose, come per esempio, dove va l’anima dopo la morte. Dopo tutto, è poco probabile che un Dio misericordioso mandi un peccatore all’inferno dopo una sola vita in questo mondo folle…Ci vuole tempo…
Satyaraja Dasa: Sì,secondo la tradizione vedica, noi, cioè l’anima, non moriamo, ma siamo solo, per così dire, riciclati.
Rev.Hart: (ridendo) Anche molti filosofi della Chiesa dei primi secoli accettavano la reincarnazione. Secondo me è una spiegazione logica di ciò che accade al momento della morte. Dopo tutto, la prima legge della termodinamica –la legge della conservazione dell’energia- conferma che l’energia non può essere né creata né distrutta, quindi che cosa succede al momento della morte all’energia del corpo?
Satyaraja Dasa: Una domanda retorica, non ci sono dubbi.
Rev.Hart: Certo, la reincarnazione è una risposta accettabile e i primi padri della Chiesa lo sapevano. Ti interesserebbe sicuramente studiare la storia di come la cristianità moderna giunse a rifiutare la dottrina della reincarnazione. Un noto teologo cristiano approfondisce questo tema nel suo libro “La Reincarnazione nella Cristianità”. Un testo eccellente.
Satyaraja Dasa: Da quanto mi risulta, la prima Chiesa era influenzata da Platone, il che avrebbe dovuto dare ancora maggiore enfasi alla credenza della reincarnazione.
Rev.Hart: La dottrina cristiana era essenzialmente platonica fino ai tempi di Tommaso D’Aquino, quando la filosofia aristotelica cominciò a infiltrarsi negli insegnamenti della Chiesa. Ma fino ad allora,la Chiesa ‘platonica’, e lo stesso Platone, sostenevano fermamente la verità della reincarnazione. Fu solo nel VI sec. D.C. con Quinto Concilio Ecumenico, anche conosciuto come Secondo Concilio di Costantinopoli, che tale dottrina venne abbandonata.
Satyaraja Dasa: Perché venne abbandonata?
Rev.Hart: E’ difficile dirlo…ci sono diversi problemi…Essenzialmente fu a causa di un editto papale, che fu a sua volta indotto dai politici che esercitavano il potere a quei tempi, in particolare l’imperatore Giustiniano. Sembra che gli uomini al potere temessero che la gente potesse diventare troppo rilassata nei propri sforzi per raggiungere la perfezione, se avessero avuto a disposizione più di una vita per diventare ‘perfetti cristiani’. Si sarebbero dati a una vita peccaminosa, pensando: “Mi pentirò nella prossima”. Così si decise di cancellare la dottrina della reincarnazione e tutti i versi che vi facevano riferimento furono cancellati dalla Bibbia…Ad ogni modo, questa è la versione migliore; ne esiste anche un’altra più sinistra che riferisce di intrighi e interessi politici. Comunque sia, quella è la storia, e noi non possiamo fare molto al riguardo.
Satyaraja Dasa: Be’, possiamo dire la verità alla gente evidenziando la logica e l’origine della dottrina della reincarnazione nelle scritture sacre. La tradizione vedica è scevra di influenze politiche, almeno a livello spirituale e filosofico. I devoti che si occupano dell’organizzazione e dell’amministrazione possono doversi sporcare le mani in qualche misura, ma solo per questioni organizzative, mai per quanto riguarda la teologia e l’ermeneutica.
Rev.Hart: Sì,ma come si riceve la conoscenza? Sicuramente si dovranno usare le proprie capacità intellettuali e speculative. I leader politici puntano a influenzare il nostro modo di pensare, e di conseguenza a dirigere il nostro pensiero filosofico…
Satyaraja Dasa: No,questo vale per l’occidente, anzi, è proprio la storia della cultura del mondo occidentale e la perversione della tradizione giudaico-cristiana. In oriente invece, e soprattutto nella cultura vaisnava, si guarda al brahmana, alla classe pura degli intellettuali e dei sacerdoti, per riceverne le direttive superiori, mai
ai politici. Nella cultura vedica esistono dei pramana di base, dei metodi istituzionalizzati per acquisire la conoscenza, il che rende molto difficile a un leader politico esercitare la sua influenza. Il pramana più importante è sruti o sabda, che significa testimonianza o rivelazione valida, cioè in accordo con ciò che dicono le scritture e il puro devoto nella linea della successione disciplica. Rimane poco spazio a un’influenza esterna.
Rev.Hart: Quali sono gli altri pramana?
Satyaraja Dasa: Ci sono pratyaksa= la percezione sensoriale, anumana=la deduzione; inoltre a volte vengono presi in considerazione anche upamana=l’analogia; abhava(anche detta anupalabdhi)=la prova per mancata esistenza o mancata percezione; e arthapati=la deduzione dalle circostanze.
Jiva Goswami considera anche arsha=le affermazione dei santi e dei saggi; sambhava=la probabilità; aitihya=la conoscenza tradizionale; e chesta=il modo di gestire. Tra molte di questi pramana esistono solo differenze sottili ma tutti hanno il loro ruolo quando si tratta di acquisire la conoscenza. Le persone che si dedicano alla ricerca spirituale si basano principalmente sul processo dello shabda poiché esso è considerato infallibile, soprattutto se ricevuto nel modo corretto.
Rev.Hart: Dimmi, prima hai menzionato 8 milioni e 400mila specie. Capisco che si tratta di conoscenza vedica, un’affermazione delle scritture, cioè quello che si definisce come shabda tra i promana che mi hai appena enumerato. Non riesco a capire come possa essere vero, perché sembra che esistano solo poche specie; almeno secondo quanto mi è sempre stato dato di capire.
Satyaraja Dasa: Sì,le 8 milioni e 400mila specie si riferiscono alle varietà della specie. Se invece consideriamo le categorie principali sono solo sei: acquatici, piante, insetti, uccelli, animali e umani.
Rev.Hart: Così mi sembra più comprensibile.
Satyaraja Dasa: Sì,secondo il Padma Purana esistono 900mila specie di acquatici, 2milioni di tipi di alberi e piante, 1milione e 100mila specie di insetti, 1milione di specie di uccelli, 3milioni di specie animali e 400mila specie umane – molte le incontriamo proprio qui a New York.
Rev.Hart: (ridendo) D’accordo, esistono 8milioni e 400mila specie. Ma, un momento, hai detto 400mila specie umane? Com’è possibile?
Satyaraja Dasa: A differenza della biologia contemporanea, i criteri di differenziazione su cui si basano i testi vedici non sono solo l’apparenza fisica esteriore o la natura morfologica di per sé. Il fattore distintivo fondamentale è dato dal livello di coscienza…e di questi ce ne sono molti…
Rev.Hart: Capisco, sono molte informazioni nuove da assimilare. Facciamo un passo indietro. Quindi attraverso un’evoluzione naturale arriviamo alla forma umana…uhm…Assomiglia all’enunciato di Origene, uno dei primi padri della Chiesa,il quale affermava che, quando un’anima cade dal mondo spirituale, per prima cosa si incarna in un angelo –tu diresti come Brahma o un deva superiore- poi al contatto con le passioni irrazionali connaturate alla vita materiale, egli cade nelle specie inferiori, per poi evolvere gradualmente fino alla forma umana. L’evoluzione è naturale. A questo punto –la forma umana- l’essere diventa responsabili delle proprie azioni, ed è qui che entra in gioco anche il karma –la legge di azione e reazione- e che l’anima si eleva o si degrada, in paradiso o all’inferno, a secondo delle sue attività e della sua fede in Dio.
Sayaraja Dasa: Questa è la stessa verità dei veda,che la approfondiscono ulteriormente. ‘Su o giù’, come hai detto, si riferisce alla vita di questo mondo; ci sono pianeti paradisiaci e pianeti infernali e, in accordo alle proprie azioni e alla propria
fede in Dio, si ottiene un corpo su uno di questi pianeti. Si va su o giù. Krishna però insegna a trascendere il ‘su e giù’ di questo mondo. Egli dice: “Chiunque al momento della morte lascerà il corpo pensando a Me soltanto, raggiungerà il regno di Dio”. Tale stato si raggiunge raramente, e sia la Bibbia sia le scritture vediche tracciano una distinzione ben definita tra paradiso e regno di Dio. I giusti e i pii di questo mondo andranno forse in paradiso, ma solo i puri devoti raggiungeranno il regno di Dio, che è dunque raramente conseguito. Il paradiso è un ‘buon’ posto, ma il regno di Dio è “trascendentale” o, in altre parole, al di là del bene e del male, delle dualità di questo mondo. È la destinazione finale.
Rev.Hart: Io avrei una domanda e mi chiedo se i Veda hanno la risposta. Attraverso quali specie si giunge alla forma umana?
Satyaraja Dasa: Sì,la letteratura vedica definisce la questione piuttosto chiaramente, ma esistono delle variabili. Esiste una gerarchia di base dei corpi viventi…l’evoluzione muove dal pesce alla pianta, poi gli insetti, gli uccelli e infine gli animali. A questo punto troviamo tre porte verso la forma umana. In genere,chi nasce sotto l’influsso della virtù è passato attraverso un corpo di mucca, chi nasce sotto la passione viene da un corpo di leone, mentre un essere umano sotto l’influsso dell’ignoranza proviene da un corpo di scimmia. Questo vale in generale, ma naturalmente, un essere umano evoluto, situato nella virtù ha passato molte nascite come uomo. È un altro aspetto…
Rev.Hart: Quindi, è l’influenza predominante a determinarlo, perché, come mi hai detto una volta, noi siamo tutti una combinazione di queste tre influenze…
Satyaraja Dasa: Sì,in generale la regola è questa, ma esistono le eccezioni. Questa conoscenza tuttavia, è puramente accademica, almeno in un senso, perché alla fine, qualunque sia la via attraverso cui siamo giunti alla forma umana, il nostro dovere ultimo è lo stesso: arrendersi a Dio e si comincia trascendendo l’identificazione con il corpo materiale. Il primo passo della realizzazione spirituale sta nel capire che la nostra vera identità è differente dal corpo. Non si può andare oltre se non si è ben capito questo punto. Non sta a me pontificare, ma penso che la maggior parte dei religiosi di oggi non siamo arrivati neanche a questa realizzazione di base. È questa la ragione per cui stiamo ancora a parlare della ‘mia’ religione e la ‘tua’ religione. Giudichiamo in base al guscio e non abbiamo ancora sviluppato la capacità di andare al di là dell’apparenza esterna, persino in rapporto a noi stessi, la nostra esperienza più immediata. Poi, in modo del tutto naturale, estendiamo inconsciamente questa errata identificazione come ‘cristiani’ o ‘induisti’, perché il nostro corpo è nato in una famiglia cristiana o induista. La nostra vera identità però non è il corpo e trascende le designazioni corporee. Siamo puro spirito, particelle di Krishna e la religiosità consiste nello sviluppare amore per Dio, non nel darsi una etichetta legata al corpo o alla famiglia, anche se è apparentemente religiosa.
Rev.Hart: Va bene, è abbastanza logico, ma non si spiega perché mai noi saremmo venuti qui. Non siamo perfettamente felici insieme al Signore nel suo regno spirituale? Qual è la risposta dei Veda a tale proposito?
Satyaraja Dasa: Siamo parti infinitesimali di Dio, dei piccoli campioni del Supremo. Qualsiasi qualità Egli possegga appieno,la possediamo anche noi, ma in minima quantità. Per esempio, Dio possiede bellezza, forza, ricchezza, fama, conoscenza e capacità di rinuncia perfette. Poiché partecipiamo in misura minuta della Sua natura, anche noi possediamo queste qualità in proporzioni minute. Ora, tra le qualità che Dio possiede c’è l’indipendenza, Egli è supremamente indipendente, il che Lo contraddistingue come Dio. Analogamente, in quanto Sue minuscole particelle anche noi possediamo una minuta indipendenza. Anche perché, se Lui non ci
accordasse tale indipendenza, come potremo scegliere di amarLo?Saremmo costretti a farlo e quindi non si tratterebbe di vero amore. Allora Egli ci permette di scegliere, e anche di sbagliare e di allontanarci da Lui facendo cattivo uso del libero arbitrio. La letteratura vedica però dice che solo un piccolo numero di anime jiva lasciano la compagnia di Dio. Le anime ribelli occupano solo un quadrante di tutto ciò che esiste, la maggioranza rimane nella propria posizione costituzionale eternamente al servizio del Signore. Illimitati esseri Lo servono eternamente, mentre solo un numero insignificante tende a cadere nel mondo materiale.
Rev.Hart: Ma la mia domanda…
Satyaraja Dasa: Ci sto arrivando, ma era necessario dare questa spiegazione preliminare. Ora la tua domanda è: di quei pochi che cadono, perché anche uno solo dovrebbe desiderare di lasciare il mondo spirituale perfetto? È questa la tua domanda,giusto?
Rev.Hart: Sì.
Satyaraja Dasa: Come ho spiegato, siamo parti infinitesimali di Krishna e possediamo le Sue stesse qualità, ma in proporzioni minima. D’accordo? Ora, Dio possiede la qualità di Supremo goditore e quindi anche noi possediamo in piccola proporzione la stessa propensità a godere. Il piacere presuppone l’esistenza di personalità e gusto, questo gusto è la chiave della risposta alla tua domanda. A certe persone piace una ricca e sontuosa halavah (dolce indiano), mentre altre preferiscono il riso soffiato. Entrambe desiderano godere del cibo, ma alcuni prediligono una pietanza ricca, altri provano piacere in qualcosa di più semplice. È questo che definiamo ‘gusto’. La varietà dei gusti ha origine nel mondo spirituale,ed ha qui il suo riflesso perverso. Buon gusto e gusto mediocre. Nel mondo spirituale esistono il piacere e il godimento perfetto, mentre nel mondo materiale esiste un piacere inferiore. Ora, noi quando manifestiamo il nostro gusto inferiore nel regno di Dio, esso comunque assume la forma di servizio di devozione, non è facile abbandonare quel servizio. Nel regno di Dio esistono il servizio e l’amore, nient’altro. Non è nel mondo spirituale che possiamo manifestare l’invidia, come si dice spesso. No, nessuna qualità materiale, come l’invidia può manifestarsi nel mondo spirituale. Quel che accade piuttosto, è che manifestiamo il desiderio di servire Krishna in un modo più basso, un modo che non ha ragione d’essere nel regno di Dio. Per esempio, possiamo avere il desiderio di servire come creatori, ma poiché nel mondo spirituale non c’è bisogno né di creazione, né di distruzione –è eterno- il servizio di creatore dev’essere svolto altrove, nel mondo materiale; di conseguenza, nasciamo come essere superiore, come Brahma e serviamo nella posizione di creatori. Nota bene che stiamo ancora servendo Dio. Nel corpo di Brahma, adesso che siamo nel mondo materiale, cominciano le nostre difficoltà e inevitabilmente cadiamo nelle specie inferiori. Così collezioniamo condizionamenti e svariate qualità materiali inferiori. Nascita dopo nascita queste cattive ci ossessionano e ci torturano, finchè finalmente rinsaviamo, cominciamo a evolverci naturalmente, incontriamo un puro devoto –quando siamo finalmente pronti- e procediamo sulla via del ritorno a Dio. Facciamo un attimo un passo indietro. Bisogna anche capire che alcuni elementi impliciti nel regno del godimento inferiore possono essere di nostro gusto. Per esempio, nel mondo materiale possiamo prendere il posto di Krishna al centro di tutto. Quindi, quando abbiamo questo gusto inferiore, che si dice nasca dall’invidia e dalla lussuria (a mio parere una spiegazione troppo semplicistica), dobbiamo soddisfare il nostro desiderio in una esistenza inferiore. È per questa ragione che viene creato il mondo materiale, perché noi si possa agire in base ai nostri desideri inferiori impegnandoci al contempo in un servizio minore. Ma è un’attività temporanea, e gradualmente Krishna ci rende manifesta la reale natura inferiore del nostro desiderio. Così col tempo sviluppiamo un gusto superiore e volontariamente torniamo da Lui. È un po’ come una persona a cui piace fumare,che però poi quando comincia a stare male per avere dato libero sfogo al suo pessimo gusto, torna in sé e abbandona la cattiva abitudine, per poi gradualmente riacquistare un gusto superiore man mano che i veleni vengono eliminati dal sangue. E a questo punto si domanda, come posso aver fumato tutte quelle sigarette?
Rev.Hart: Affascinante. E’ una risposta molto esauriente e più profonda di quanto mi sembrasse inizialmente. Tommaso d’Aquino offre una spiegazione analoga nella sua Summa Theologiae, ma non è molto intelligibile. Sai, ci sono comunque molti che non sarebbero in grado di seguire la stretta logica del tuo ragionamento…
Satyaraja Dasa: Quel tipo di persone possono comunque capire questo: se stai affogando e qualcuno ti lancia una corda per tirarti in salvo, che cosa fai?
Rev.Hart: La prendo al volo per salvarmi la pelle!
Satyaraja Dasa: Appunto, non cominci certo a chiederti come sei finito in acqua, né come hai fatto a cacciarti in quel terribile guaio. Ci penserai in un altro momento. E neppure ti metti a chiedere a chi ti lancia la corda: “E tu chi sei? Questa è la migliore corda che hai?” No. Se stai affogando, prendi la corda e basta. Allo stesso modo, se stai affogando nell’oceano del mondo materiale, la prima preoccupazione è come tornare da Dio, come siamo arrivati qui è secondario.
Rev.Hart: Bravo! Sono proprio d’accordo. Che cosa pensi però,che una volta tornati da Dio potremmo di nuovo cadere nel mondo materiale? In fondo, il nostro cattivo gusto potrebbe riemergere.
Satyaraja Dasa: E’ poco probabile, almeno per la maggior parte di noi. Anche qui, se una persona si ammala di cancro o di qualche grave malattia a causa di una sua cattiva abitudine, come il mangiare carne, abbandonerà quel suo gusto inferiore, almeno se è intelligente. Il punto è: se l’unica alternativa è la morte, bisogna seriamente riconsiderare le proprie priorità. È sorprendente come i gusti possano cambiare in fretta. Se si tratta di una malattia sulla quale possono influire le proprie attività, spesso si osservano trasformazioni vitali sorprendenti. Poi col tempo chiaramente si svilupperà il desiderio delle cose che ci fanno meglio. Certo, esistono anche persone che non imparano dai propri errori, ma questi testardi sfortunati sono rari. La maggior parte della gente si darà da fare per ristabilire un ordine nei propri desideri, soprattutto se è questione di vita o di morte. Bisogna considerare inoltre che il Signore garantisce a chi torna a Lui, che non dovrà più tornare nelle tristi regioni infestate da nascita e morte, quella terra infelice che erroneamente chiamiamo ‘casa’. Krishna lo afferma piuttosto chiaramente nella Bhagavad-gita. Quando finalmente rinsaviamo, dice Krishna, non dobbiamo più tornare nel mondo materiale.









Quella che segue è una delle tante conversazioni che avvennero alla fine degli anni 80, tra il Reverendo Alvin V.P.Hart e Satyaraja dasa adhikari. L'insieme di queste discussioni molto interessanti e costruttive, dette poi vita al libro "Dialogo tra Oriente e Occidente". Volevo dividerla in due parti questa conversazione, ma avrebbe perso parte del suo fascino e vedrete che "scivola giù" bene.
